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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it &#187; Nugae</title>
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		<title>Più spazio, più muro</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 11:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Alda Merini]]></category>

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		<description><![CDATA[Il muro di casa Merini è più che un libro. Alda c’ha pisciato sopra, ma senza marcare il territorio. Non c’era bisogno di dire questo è mio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="Alda_Merini_casa" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9310"><img class="alignright size-medium wp-image-9310" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/12/Alda_Merini_casa-242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" /></a>«Ci sono giorni / che non si staccano / dalle pareti», scriveva Alda. Senza saperlo, a distanza di anni, la miglior difesa nei confronti della scelta di buttar giù il muro di casa sua l’aveva proclamata lei, con questi versi. Fumetti, pensieri, numeri, rischiavano di andare perduti, insieme alle tracce di rossetto sparse per il Muro, baci stampati senza troppe romanticherie. E in effetti, la Merini stessa esprime la sua volontà di non abbattere quel pezzo di casa, permettendo che questo divenisse un’eredità, una pagina di vita per l’umanità: «La casa della poesia non avrà mai porte». Simbolicamente, se il muro verrà conservato e collocato nella sua casa museo, il sogno di Alda, in parte, verrà esaudito, essendo questo alla portata di chi vorrà farvi visita.</p>
<p><em>Imbrattare </em>muri è un atto che, analogicamente, rimanda alla dimensione dell’istintività. A qualsiasi livello esso – il gesto &#8211; venga riprodotto, pare collocarsi sulla soglia della ricerca della libertà, dell’infinito. È strano, perché il muro è, al contrario, spesso legato a un immaginario più grigio, carcerario: la parete contiene in sé la propria de-<em>limita</em>tezza per de-<em>fini</em>-zione. Eppure, il muro continua a chiedere di essere riempito, nell’estasi virtuosistica dell’<em>horror vacui</em>, nel rapimento sostratico della parola Scritta, dall’urgenza del canto che viene da dentro e si imprime, sigillo, sulla perentorietà di uno sfondo bianco sporco. «Amo la sporcizia, la amo, la desidero, la bramo», si legge sul muro di Alda. Sporco è pieno, vivo, tragicommedia, crisalide di anatema. La parete di Alda tra-<em>suda </em>di im-<em>mondo</em>. Melanconico e Leucolico. Nero su bianco. Trascendenza e immanenza. Il muro per andare oltre il muro, la siepe e l’infinito, la <em>malattia dell’infinito, </em> che fa scalare le montagne e scrivere le Commedie. Sta tutto dentro le parole, niente è oltre. Non esiste altrove che non siano l’ora e l’adesso alla mercè del silenzio. E delle parole. Questa stanza e le lacrime appese alle pareti. Scie di rossetto. Numeri da barbecue. Sono venuti fuori senza testa e senza croce. La follia, «esplosione creativa e dunque espressione di sanità mentale rispetto all&#8217;insania di un mondo violento, tecnologizzato e non rispettoso della sensibilità umana» (R.D. Laing), Alda, una follia <em>tutta sua</em>, per dirla alla Battaglia.<br />
Il muro di casa Merini è più che un libro. Alda c’ha pisciato sopra, ma senza marcare il territorio. Non c’era bisogno di dire questo è mio. Lo “spazio” che cerca il poeta non ha a che fare con l’appropriazione o il possesso. Assomiglia di più a fare il morto nel mare. Ma lei lo sapeva bene.</p>
<p><strong>Spazio spazio io voglio<br />
</strong><br />
Spazio spazio io voglio, tanto spazio<br />
per dolcissima muovermi ferita;<br />
voglio spazio per cantare crescere<br />
errare e saltare il fosso<br />
della divina sapienza.<br />
Spazio datemi spazio<br />
ch&#8217;io lanci un urlo inumano,<br />
quell&#8217;urlo di silenzio negli anni<br />
che ho toccato con mano.</p>
<p>(da <em>Vuoto d&#8217;amore</em>)</p>
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		<title>Svegliando la vita</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/10/svegliando-la-vita/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 17:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fascino della nostra società consiste proprio nel potenziale numerico di incontri che ogni giorno si affacciano sulle nostre vite.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="io e ale" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=8343"><img class="alignleft size-medium wp-image-8343" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/10/io-e-ale-300x280.jpg" alt="" width="300" height="280" /></a><br />
Tratto dal film <em>Waking life</em>, vi propongo la lettura di questo dialogo. Il protagonista cammina per strada, prigioniero di un sogno da cui non riesce a svegliarsi, incontrando una serie di personaggi eccentrici che lo costringono a riflettere sulle tematiche più importanti dell’esistenza. Ad un certo punto, comincia a scendere delle scale buie e si scontra con una donna. Ha inizio, tra i due, una conversazione tanto surreale quanto stupenda. Personalmente, ho sognato diverse volte di avere un incontro così. Tuttavia, un po’ per pigrizia, un po’ per timidezza, non mi è mai successo di intraprenderla sul serio.</p>
<p>Lei: <em>Scusami</em><br />
Lui: <em>Scusami tu</em></p>
<p>La ragazza, in un primo momento, prosegue per la sua strada, poi si ferma, si volta e lo segue, rivolgendogli la parola.</p>
<p>Lei: <em>Senti. Possiamo rifarlo? Lo so che non ci conosciamo ma&#8230;E’ che non voglio essere una formica. Insomma, sembra che passiamo tutta la vita a sbattere le antennine l’uno contro l’altro come formiche, con il pilota automatico, senza che ci venga mai richiesto nulla di umano. Mai. Stop. Avanti. Vai di qua. Vai di là. Sono soltanto semplici azioni di sopravvivenza. Ogni forma di comunicazione serve esclusivamente a tenere il formicaio operoso, ma in modo efficiente, in modo educato. Ecco a lei. Gliela incarto o basta un sacchetto? Carta di credito o bancomat? Desidera anche il ketchup? Ma io non voglio una cannuccia. Quello che voglio sono veri momenti umani. Insomma, io voglio vederti e voglio anche che tu veda me, non voglio rinunciare a questo. Non voglio essere una formica, capisci?</em><br />
Lui: <em>Sì, sì, no. Neanche io voglio essere una formica. Ti devo ringraziare per avermi un po’ scosso […]. Mi viene in mente un’immagine di Lawrence. Due persone che si incontrano per strada e invece di proseguire senza guardarsi decidono di accettare quello che lui chiama il confronto tra le loro anime. E’ come liberare i coraggiosi dei che sono dentro di noi. </em><br />
Lei: <em>Allora adesso ci conosciamo!</em></p>
<p>Si stringono la mano e cominciano a parlare del più e del meno, delle loro vite.<br />
Non è un caso che io vi proponga questo spezzone di film. E’ un lungometraggio che ho visto tempo fa e che è stato “risvegliato” in me dalla lettura di una poesia della grande scrittrice russa, Marina Cvetaeva, proposta qui di seguito. Uso il verbo “risvegliare” con uno scopo preciso, che coincide con il senso ultimo di questa pellicola, ben riassunto nel titolo originale <em>Waking Life</em>. “Svegliare la vita” è quello che tentano di fare tutti i personaggi che incrociano la strada del nostro protagonista, ma questo è il dialogo che più apertamente affronta la questione dell’ambiguità degli incontri/ non-incontri che quotidianamente avvengono nella nostra esistenza. Il fascino della nostra società consiste proprio nel potenziale numerico di incontri che ogni giorno si affacciano sulle nostre vite. A partire dal traffico cittadino, coi suoi mille abitanti, finendo per il più caotico e ambiguo mondo virtuale. Entrambi, tuttavia, presentano la stessa problematica dell’anonimità, che raramente muta in una identità e finisce più spesso col rimanere un nulla. Il fatto stesso che noi camminiamo con un i-pod nelle orecchie ascoltando della musica o rincorrendo un mezzo di trasporto ci preclude la possibilità di “vedere” tante persone. Questo continuo sfiorarsi cui siamo abituati come fosse un qualcosa di naturale è tanto triste quanto reale. Ma la ragazza lo spiega chiaramente, non vuole essere una formica, né tanto meno limitarsi a semplici gesti di sopravvivenza: “Quello che voglio sono veri momenti umani”. La bellezza di questo confronto, oltre a colpirmi per la sua profondità e naturalezza – sì, è così naturale fermarsi a parlare con qualcuno, fosse solo perché ci ha colpito per il suo sguardo o per la sua camminata o, semplicemente, perché ci ha incuriosito e non gli si vuole rimanere estranei- mi ha richiamato alla memoria questi versi, che gradirei condividere:</p>
<p>Cammini, a me somigliante,<br />
gli occhi puntando in basso,<br />
io li ho abbassati – anche!</p>
<p>Passante, fermati!<br />
Leggi – di ranuncoli<br />
E di papaveri colto un mazzetto<br />
-che io mi chiamavo Marina<br />
E quanti anni avevo.</p>
<p>Non credere che qui sia – una tomba,<br />
che io ti apparirò minacciando…<br />
A me stessa troppo piaceva<br />
Ridere quando non si può.</p>
<p>E il sangue affluiva alla pelle<br />
E i miei riccioli s’arrotolavano…<br />
Anch’io <em>esistevo</em>, passante!<br />
Passante, fermati!</p>
<p>Strappa uno stelo selvatico per te<br />
E una bacca – subito dopo.<br />
Niente è più grosso e più dolce<br />
d’una fragola di cimitero.</p>
<p>Solo non stare così tetro,<br />
la testa chinata sul petto.<br />
Con leggerezza pensami,<br />
con leggerezza dimenticami.<br />
Come t’investe il raggio di sole!<br />
Sei tutto in un polverìo dorato…<br />
E che almeno però non ti turbi<br />
La mia voce di sottoterra.</p>
<p>Koktebel, 3 maggio 1913.</p>
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		<title>Vengon giù come piccioni</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 18:32:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche il nonno se n'è andato d'estate. Doveva fare veramente troppo caldo, perfino per lui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="vecchio" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=7882"><img class="alignright size-full wp-image-7882" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/08/vecchio.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>24 agosto 2011. Caldo. Nelle città gli anziani muoiono. Ogni anno è la strage dell&#8217;estate. Anche il nonno se n&#8217;è andato d&#8217;estate. Doveva fare veramente troppo caldo, perfino per lui. Questo numero della rubrica è per lui e per tutti gli anziani che si sono addormentati in un bagno di sudore.<br />
Mentre mi sembrava che l&#8217;afa rendesse impossibile ogni gesto e ogni pensiero, mi sono ritrovata a leggere una frase che mi è parsa calzare a pennello col senso di <em>involucro</em> che mi pervadeva, stretta com&#8217;ero nell&#8217;incapacità totale di prestare mente e corpo al mondo, nella morsa dell&#8217;effetto serra e della sua eco claustrofobica. «Forse è compito primordiale dell’uomo far di tutto poesia. Ben lo sappiamo: c’è un involucro opaco intorno agli esseri, alle cose e agli eventi. Forse è primordiale compito nostro lacerare l’involucro. Quando ci riesce, una lucidità cambia il mondo e la vita» (<em>Requiem per un cane</em>). Queste parole escono dalla penna di Carlo Coccioli, scrittore italiano scomparso nell&#8217;agosto del 2003. Le leggevo. E più entravo dentro le parole più mi sentivo avvolta da quella morsa vorace di opacità, caldo-umida. Allo stesso tempo, però, cresceva in me la consapevolezza che quella sensazione avesse a che fare con qualcos&#8217;altro. Che non erano l&#8217;afa o la stanchezza. Era come se fossi stata una lente sporca, appannata. Avrei voluto prendere dell&#8217;acqua e fare chiarezza intorno a me. L&#8217;alone che mi portavo dietro. Non avevo un panno o un tergicristallo. Nulla che potesse permettermi un qualsiasi tipo di depurazione. Eppure Coccioli me lo stava dicendo con chiarezza: «c&#8217;è un involucro opaco intorno agli esseri&#8230; Forse è primordiale compito nostro lacerare l&#8217;involucro». Idea. Poesia. Bisogna trasformare l&#8217;alone in poesia. Trasfigurazione. Il pensiero di una bici in corsa verso casa mi fece pensare che quella rottura, quella lacerazione aveva poco a che fare con la filosofia, Schopenhauer, il velo di Maya. Ne avevano scritte tante. Dietro il velo, la verità. Ancora, poesia. Mio nonno portava l&#8217;anguria da 20 kg sotto il sole, con la bici e le sue gambe. D&#8217;un tratto quella mi parve poesia. La quinta elementare, niente di più. La verità mi si era svelata con la forza opaca del ricordo. E un paio di gambe. Faccio confusione, non ho più un criterio, né una logica serrata. Arianna, rispondi, cerco disperatamente un filo cui aggrapparmi. Il mio discorso si perde. Sento che c&#8217;è un legame sottile che tiene insieme tutto quello che ti sto dicendo. Non perderlo. L&#8217;afa, il caldo, il miraggio, il ricordo, nonno che pedala, fa la salita, il caldo, di nuovo, gli anziani in città che muoiono come piccioni, la fine di tutto, la verità? Non posso credere che ammazzato il filtro che ci separa dal vero, ci sia solo l&#8217;angoscia della morte. E&#8217; vero che a guardare la verità negli occhi si resta pietrificati. Dunque la paralisi è l&#8217;esperienza del vero? Non posso neanche pensare che la verità se ne stia lì, ferma. Senza mare. Mi ero sentita più vicina al vero quando l&#8217;ho solo sfiorato, mentre seguivo il moto del mare. O mentre sentivo l&#8217;odore del tuo dopobarba nell&#8217;ascensore. Il tuo, nonno. Denim, che costava poco. Non c&#8217;era niente di fermo mentre sentivo il tuo profumo. L&#8217;ascensore saliva, l&#8217;odore entrava nel naso, tu c&#8217;eri, e ti muovevi. Qualcosa mi dice che la mia paura più grande è la  lacerazione dell&#8217;involucro. Se dentro non ci fosse nulla. O se quel qualcosa fosse&#8230; fermo. Niente a che vedere col mare. Monet dipinse la cattedrale di Rouen un&#8217;infinità di volte. Coglierne l&#8217;essenza sembrava impossibile. Perché il quadro era fermo, l&#8217;immagine una, sempre una. La stessa. Nella realtà invece la cattedrale era una, nessuna, centomila. Scommetto che faceva caldo quel giorno. C&#8217;era afa tutt&#8217;intorno. E lui voleva scrollarsela di dosso. Si tolse l&#8217;involucro. Scoprì che per cercare qualcosa di sé doveva guardare altrove. Io credo che l&#8217;unica lacerazione dell&#8217;involucro che ci portiamo addosso sia lo sguardo verso l&#8217;altro. L&#8217;unica verità. L&#8217;unica lucidità in grado di «cambiare il mondo e la vita». Gesù Cristo. Quando ti ho guardato per l&#8217;ultima volta, nonno, ero sola. Ti guardavo come un oggetto opaco. Io stessa ero opaca e c&#8217;era un alone grigio attorno a noi. Solo dagli occhi emanavamo un che di diverso, di lucido, di vero. Il nostro sguardo aveva del potenziale. Avrebbe spezzato il velo. Peccato che c&#8217;era l&#8217;imbarazzo a separarci da un ultimo abbraccio.</p>
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		<title>A-mare-zza</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 11:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel frammento, lo specchio. Il mare. Amare. Amarezza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="5816_1088151815100_1565604739_30210017_7721739_n" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=7767"><img class="alignleft size-medium wp-image-7767" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/08/5816_1088151815100_1565604739_30210017_7721739_n-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a><br />
Per questo capitolo estivo mi concedo un goccio di brio e di leggerezza. A partire dalla mescolanza che arriva dai suoni e dalle loro combinazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estate pullula di diversità. E il multiforme viene dal <em>mare</em>. Parlando di poesia ero sicura che prima o poi mi sarei trovata a parlare del mare. Non posso tacere su un tema così importante, né tanto meno essere esaustiva, tale è la ricchezza di materiale a riguardo. Ma questa rubrica non ha la pretesa di abbracciare il tutto, né di antologizzare i capolavori dell’arte poetica. Qui si parla di un momento alla volta. Si coglie un istante, poi lo si lascia morire. Rivive ogni volta che lo si rilegge. &#8220;Ciascun lettore gli dà per un istante un corpo impalpabile e unico&#8221; diceva Foucault, a proposito del libro, nell’introduzione a <em>Storia della follia nell’età classica</em>. Qui le riflessioni sono oggetti-avvenimenti e aspettano solo di frammentarsi. Nel frammento, lo specchio. Il mare. Amare. Amarezza. Mi piace come le parole giocano tra di loro, come si fondono, confondono. A volte sono loro, con la loro astuzia, a suggerirci le connessioni che ci servono, le connessioni che stavamo aspettando. E ancora una volta, tutto parte dal mare. Perché purezza è mescolanza. Puro, “akératos”, in greco viene dal verbo “kerànnumi” che vuol dire mescolare. E in effetti il mare, con tutta la sua deframmentazione – penso al fatto stesso che schizza, si inabissa, si fa goccia e marea – mantiene la sua sostanza pura di <em>Mare</em>. Quello che c’è sotto, la varietà dei suoi abitanti, la versatilità della sua consistenza. Colori. Ma tu lo chiami <em>Mare</em>. Il mare è, in definitiva, quello che ho sempre cercato. Essere certa di quello che sono, avere coscienza del mio essere – al di là del mondo e delle mie implicazioni con esso – conservando, al tempo stesso, la mia complessità. È come se il mare serbasse in seno una serenità sua, intrinseca, capace di placare le tempeste abissali trasfigurandole nella calma piatta della superficie. Winckelmann non poteva davvero trovare metafora migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanti hanno scritto del mare. C’è un componimento, però, che mi è particolarmente caro e che vorrei condividere. Si tratta di un poemetto scritto da Montale, di cui ho deciso di riportarvi alcuni spezzoni. A me pare proprio che qui si compia perfettamente quell’oggetto-avvenimento cui accennavo prima. Cioè il mare, in quanto oggetto, accade. Si ricopia, si frammenta, si ripete, si simula, si raddoppia, sparisce, infine. Ma senza mai smettere di essere <em>Mare</em>.</p>
<p><em>Mediterraneo </em>di Eugenio Montale (passi scelti)</p>
<p>[…]<br />
II<br />
Antico (mare), sono ubriacato dalla voce<br />
ch&#8217;esce dalle tue bocche quando si schiudono<br />
come verdi campane e si ributtano<br />
indietro e si disciolgono.<br />
La casa delle mie estati lontane,<br />
t&#8217;era accanto, lo sai,<br />
là nel paese dove il sole cuoce<br />
e annuvolano l&#8217;aria le zanzare.<br />
Come allora oggi in tua presenza impietro,<br />
mare, ma non piú degno<br />
mi credo del solenne ammonimento<br />
del tuo respiro. Tu m&#8217;hai detto primo<br />
che il piccino fermento<br />
del mio cuore non era che un momento<br />
del tuo; che mi era in fondo<br />
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso<br />
e insieme fisso:<br />
e svuotarmi cosí d&#8217;ogni lordura<br />
come tu fai che sbatti sulle sponde<br />
tra sugheri alghe asterie<br />
le inutili macerie del tuo abisso.</p>
<p>[…]<br />
Tu vastità riscattavi<br />
anche il patire dei sassi:<br />
pel tuo tripudio era giusta<br />
l&#8217;immobilità dei finiti.</p>
<p>IV<br />
Ho sostato talvolta nelle grotte<br />
che t&#8217;assecondano, vaste<br />
o anguste, ombrose e amare.<br />
Guardati dal fondo gli sbocchi<br />
segnavano architetture<br />
possenti campite di cielo.<br />
Sorgevano dal tuo petto<br />
rombante aerei templi,<br />
guglie scoccanti luci:<br />
una città di vetro dentro l&#8217;azzurro netto<br />
via via si discopriva da ogni caduco velo<br />
e il suo rombo non era che un susurro.<br />
Nasceva dal fiotto la patria sognata.<br />
Dal subbuglio emergeva l&#8217;evidenza.<br />
L&#8217;esiliato rientrava nel paese incorrotto.<br />
Così, padre, dal tuo disfrenamento<br />
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.<br />
[…]<br />
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,<br />
e questo ridice il filo della bonaccia.</p>
<p>V<br />
Giunge a volte, repente,<br />
un&#8217;ora che il tuo cuore disumano<br />
ci spaura e dal nostro si divide.<br />
Dalla mia la tua musica sconcorda,<br />
allora, ed è nemico ogni tuo moto.<br />
In me ripiego, vuoto<br />
di forze, la tua voce pare sorda.<br />
M&#8217;affisso nel pietrisco<br />
che verso te digrada<br />
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,<br />
franosa, gialla, solcata<br />
da strosce d&#8217;acqua piovana.<br />
Mia vita è questo secco pendio,<br />
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi<br />
di rigagnoli, lento franamento.<br />
È dessa, ancora, questa pianta<br />
che nasce dalla devastazione<br />
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa<br />
fra erratiche forze di venti.<br />
Questo pezzo di suolo non erbato<br />
s&#8217;è spaccato perché nascesse una margherita.<br />
In lei tìtubo al mare che mi offende,<br />
manca ancora il silenzio nella mia vita.<br />
Guardo la terra che scintilla,<br />
l&#8217;aria è tanto serena che s&#8217;oscura.<br />
E questa che in me cresce<br />
è forse la rancura<br />
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.</p>
<p>VI<br />
Noi non sappiamo quale sortiremo<br />
domani, oscuro o lieto;<br />
forse il nostro cammino<br />
a non tócche radure ci addurrà<br />
dove mormori eterna l&#8217;acqua di giovinezza;<br />
o sarà forse un discendere<br />
fino al vallo estremo,<br />
nel buio, perso il ricordo del mattino.<br />
Ancora terre straniere<br />
forse ci accoglieranno: smarriremo<br />
la memoria del sole, dalla mente<br />
ci cadrà il tintinnare delle rime.<br />
Oh la favola onde s&#8217;esprime<br />
la nostra vita, repente<br />
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!<br />
Pur di una cosa ci affidi,<br />
padre, e questa è: che un poco del tuo dono<br />
sia passato per sempre nelle sillabe<br />
che rechiamo con noi, api ronzanti.<br />
Lontani andremo e serberemo un&#8217;eco<br />
della tua voce, come si ricorda<br />
del sole l&#8217;erba grigia<br />
nelle corti scurite, tra le case.<br />
E un giorno queste parole senza rumore<br />
che teco educammo nutrite<br />
di stanchezze e di silenzi,<br />
parranno a un fraterno cuore<br />
sapide di sale greco.</p>
<p>VII<br />
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale<br />
siccome i ciottoli che tu volvi,<br />
mangiati dalla salsedine;<br />
scheggia fuori del tempo, testimone<br />
di una volontà fredda che non passa.<br />
Altro fui: uomo intento che riguarda<br />
in sé, in altrui, il bollore<br />
della vita fugace &#8211; uomo che tarda<br />
all&#8217;atto, che nessuno, poi, distrugge.<br />
Volli cercare il male<br />
che tarla il mondo, la piccola stortura<br />
d&#8217;una leva che arresta<br />
l&#8217;ordegno universale; e tutti vidi<br />
gli eventi del minuto<br />
come pronti a disgiungersi in un crollo.<br />
Seguìto il solco d&#8217;un sentiero m&#8217;ebbi<br />
l&#8217;opposto in cuore, col suo invito; e forse<br />
m&#8217;occorreva il coltello che recide,<br />
la mente che decide e si determina.<br />
Altri libri occorrevano<br />
a me, non la tua pagina rombante.<br />
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli<br />
ancora i groppi interni col tuo canto.<br />
Il tuo delirio sale agli astri ormai.</p>
<p>VIII<br />
Potessi almeno costringere<br />
in questo mio ritmo stento<br />
qualche poco del tuo vaneggiamento;<br />
dato mi fosse accordare<br />
alle tue voci il mio balbo parlare: -<br />
io che sognava rapirti<br />
le salmastre parole<br />
in cui natura ed arte si confondono,<br />
per gridar meglio la mia malinconia<br />
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.<br />
Ed invece non ho che le lettere fruste<br />
dei dizionari, e l&#8217;oscura<br />
voce che amore detta s&#8217;affioca,<br />
si fa lamentosa letteratura.<br />
Non ho che queste parole<br />
che come donne pubblicate<br />
s&#8217;offrono a chi le richiede;<br />
non ho che queste frasi stancate<br />
che potranno rubarmi anche domani<br />
gli studenti canaglie in versi veri.<br />
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata<br />
azzurra l&#8217;ombra nuova.<br />
M&#8217;abbandonano a prova i miei pensieri.<br />
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.</p>
<p>IX<br />
Dissipa tu se lo vuoi<br />
questa debole vita che si lagna,<br />
come la spugna il frego<br />
effimero di una lavagna.<br />
M&#8217;attendo di ritornare nel tuo circolo,<br />
s&#8217;adempia lo sbandato mio passare.<br />
La mia venuta era testimonianza<br />
di un ordine che in viaggio mi scordai,<br />
giurano fede queste mie parole<br />
a un evento impossibile, e lo ignorano.<br />
Ma sempre che traudii<br />
la tua dolce risacca su le prode<br />
sbigottimento mi prese<br />
quale d&#8217;uno scemato di memoria<br />
quando si risovviene del suo paese.<br />
Presa la mia lezione<br />
più che dalla tua gloria<br />
aperta, dall&#8217;ansare<br />
che quasi non dà suono<br />
di qualche tuo meriggio desolato,<br />
a te mi rendo in umiltà. Non sono<br />
che favilla d&#8217;un tirso. Bene lo so: bruciare,<br />
questo, non altro, è il mio significato.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Discrezione e Veleno. Due modelli a confronto.</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/07/discrezione-e-veleno-due-modelli-a-confronto/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 11:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio D. Manco]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[discrezione]]></category>
		<category><![CDATA[Marziale]]></category>
		<category><![CDATA[Ndjick Ngana]]></category>
		<category><![CDATA[veleno]]></category>

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		<description><![CDATA[Due poesie sui temi "discrezione" e "veleno", gli ultimi argomenti trattati nella rubrica poetica Nugae.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="opposti" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=7404"><img class="alignright size-medium wp-image-7404" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/07/opposti-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Negli ultimi due numeri della rubrica ho proposto una riflessione circa due modalità di fare poesia completamente antitetiche. La distinzione è assolutamente personale e può, in questo senso, non trovare alcun tipo di condivisione. Così come la denominazione dei due <em>modi scribendi</em> che è completamente gratuita, neologistica. Si è parlato, dunque, di una poesia <em>discreta</em>, la cui rappresentazione è stata affidata a <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/06/la-purezza-di-una-poesia-discreta/">uno splendido componimento di Marziale</a>. Qui, la morte di Erotion, una bambina-schiava scomparsa sei giorni prima del suo sesto compleanno, è beffarda – morte/sorte, a distinguere i lemmi solo un fonema –. Ma il poeta coglie in pieno il senso della scomparsa della candida creatura e implora la terra, che abbia rispetto della piccola: “tu, terra, non essere pesante su di lei:/essa su di te pesò sì poco&#8221;. Diametralmente opposta appare la poesia “che schizza in cielo come veleno”, a supporto della quale è corso, felino,<a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/06/bellezza-nera-che-schizza-nel-cielo-come-veleno/"> il passo di un africano, Ndjock Ngana</a>. E che dell’Africa eredita il profilo della belva. E, come la belva, si sporca. Caccia. “Quando ami Rama Kam/ È il tornado che s’abbatte/ E tuona/ E colmo mi lascia del respiro di te/ Rama Kam”.</p>
<p>Oggi i ragazzi di lettere si confrontano con discrezione e veleno. Qui di seguito, vi propongo due poesie, tra le diverse che mi sono pervenute, che maggiormente sembrano rappresentare i due modelli analizzati in precedenza.</p>
<p>Per il primo,<strong> Claudia di Natale</strong>. “Tanto da raccontare” è la storia di ogni essere umano. Si viaggia tutti sullo stesso treno in corsa e, al capolinea, si fa il bilancio di una vita. Lo sguardo si posa, come una telecamera, sui lineamenti del tempo e, del tempo, si fa vittima, sacrificio. Assorbe. Ma non è la ruga a fare il tempo. Il ricordo è nelle mani. Senilità è la condizione di chi ha ancora <em>tanto da raccontare</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tanto da raccontare</strong></p>
<p>Occhi verdi, fronte corrugata<br />
Mani gonfie di stenti e fatiche<br />
Senilità, che guardi al passato<br />
Con meraviglia e diffidenza,<br />
Tu che raggiungi ogni singola vita umana che nasce,<br />
Tu che rendi ancora bello l’esistere e<br />
Riempi di gioie e ricordi lo specchio dell’anima!<br />
Guarda me come se fossi un essere misterioso<br />
Come se avessi ancora tanto da imparare, ho tanto da imparare!</p>
<p>Ha gli occhi della stanchezza<br />
D’un verde ancora smeraldo e<br />
Indossa l’orologio d’oro del tempo.<br />
Siamo tutti passeggeri dello stesso treno in corsa.<br />
Incerte, le destinazioni si aprono e varchi,<br />
la soglia del poi.<br />
Quello che resta da raccontare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per il secondo, <strong>Antonio D. Manco</strong>. Qui la storia si compie senza il sensore del tempo. Esiste un tempo solo ed è quello dell’insonnia. Il tempo che non passa se non all’insegna dell’angoscia. Sulla soglia del sogno si compie il dialogo represso, depresso su ciò che è andato perduto. Ed ecco che il pianto lascia il posto al riso sprezzante. <em>Tipico del solito stronzo che sono</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un cerbiatto in città di notte<br />
Erano le tre<br />
quando ti telefonai solo per dirti<br />
che non riuscivo a dormire<br />
per il solito problema.<br />
Avevo già letto tutti i libri<br />
che avevo in casa<br />
e non c’era più niente di nuovo<br />
o di interessante da fare.<br />
In strada incontrai un vecchio amico,<br />
uno di quelli che non vedevo da tanto,<br />
e ci mettemmo a ridere dei giorni andati<br />
scambiandoci informazioni sugli altri<br />
che erano come volatilizzati:<br />
“Cazzo, anche lui” mi rispose<br />
quando gli raccontai che fine avesse fatto<br />
il terzo della lista;<br />
“Pensavo lo sapessi”, ma<br />
evidentemente mi sbagliavo.<br />
Bevetti così tanto Jagermaister<br />
che mi venne voglia di guardare Bambi,<br />
solo per poter ridere<br />
della scena in cui rimane orfano.<br />
Tipico del solito stronzo che sono.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Bellezza Nera. Che &#8220;schizza nel cielo come veleno&#8221;.</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 19:55:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Bellezza nera]]></category>
		<category><![CDATA[Clemente Rebora]]></category>

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		<description><![CDATA[Una poesia che “schizza nel cielo come veleno” (Rebora) e lascia una scia indelebile nell’aria.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="29982_1472356612259_1333964295_1265067_6911303_n" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=7088"><img class="alignleft size-medium wp-image-7088" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/06/29982_1472356612259_1333964295_1265067_6911303_n2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>L’ultimo appuntamento della rubrica si è concluso con una proposta ben precisa di poesia: una poesia discreta, ovvero capace di discernere, nel suo soggetto di riferimento, l’impronta da colorare, senza però disperderne il senso, senza esagerarne gli angoli, ma smussandoli, ponendosi al di sotto dell’onda del mare di Winckelmann, dove l’acqua non si increspa e resta la calma della profondità. Una poesia, dunque, che sfiora i momenti, senza calpestarli o, qualora li calpesti, lo fa con una leggerezza e una “discrezione”, appunto, tali da non corrodere il senso di quello che resta. Una poesia che non lascia scie superflue, che non si inchiostra, che non si sporca. Quella che oggi voglio proporvi, invece, è una poesia d’altro stile, che si snoda nelle viscere e non le abbandona, che si radica dentro come un parassita affamato, che, secondo la definizione del grande poeta del Novecento, Clemente Rebora, “schizza nel cielo come veleno” e lascia una scia indelebile nell’aria. Si annida. Una poesia che improvvisamente si colora. Che è “pepe nero”. Una poesia che improvvisamente si musica. Che “tuona”. Che danza. Che si muove sinuosa nella notte africana, come una pantera. Questo è un mondo nuovo, dove il mito, la ricchezza del passato, la trascendenza delle lacrime e l’angulus protettivo caro a qualche poeta latino si spezzano. Non c’è posto per l’equilibrio, non c’è possibilità di placare un tormento. Perché quel “pepe nero” accende il desiderio. Le acque qui si agitano e l’onda si cavalca senza inibizioni. Negli occhi si respira il fiuto delle belve. L’uomo diventa, definitivamente, animale.</p>
<p>BELLEZZA NERA</p>
<p>Amo il tuo sguardo di fiera<br />
E la tua bocca dal gusto di mango<br />
Rama Kam<br />
Il tuo corpo è pepe nero<br />
Che attizza il desiderio<br />
Rama Kam<br />
Al tuo passaggio<br />
La pantera è gelosa<br />
Del caldo ritmo del tuo fianco<br />
Rama Kam<br />
Quando danzi nel chiaror delle notti<br />
Il tam-tam<br />
Rama Kam<br />
Ansima sotto l’uragano Dyunung del griot<br />
E quando ami<br />
Quando ami Rama Kam<br />
È il tornado che s’abbatte<br />
E tuona<br />
E colmo mi lascia del respiro di te<br />
Rama Kam.</p>
<p>Fonte della traduzione</p>
<p>http://www.inafrica.it/totem/poesie/bellezza.html</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La purezza di una poesia discreta</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/06/la-purezza-di-una-poesia-discreta/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 19:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Marziale]]></category>
		<category><![CDATA[Winckelmann]]></category>

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		<description><![CDATA[Ritorna Nugae, la rubrica di poesia del Giornale di Letterefilosofia.it a cura di Marina Carbone.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="16753_1285680145464_1333964295_810975_1942883_n" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=6741"><img class="alignleft size-medium wp-image-6741" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/06/16753_1285680145464_1333964295_810975_1942883_n-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Johann Joachim Winckelmann, nella sua opera più celebre (<em>Storia dell’arte e del disegno presso gli antichi</em>), scrive: «La statua dell’Apollo di Belvedere è la più sublime di tutte le opere antiche. L’artista ha qui formata una statua puramente ideale, prendendo dalla materia quel solo che era necessario per esprimere il suo intento, e renderlo visibile». Non è della complessità del concetto di “sublime” che intendo parlare né, tanto meno, soffermarmi sulla iper-discussa problematica dell’idealità dell’arte. No. Quello su cui mi preme riflettere a riguardo è quel «necessario» che serve all’artista per «esprimere il suo intento». Mi è capitato, non molto tempo fa, di aver avuto la fortuna di parlare con un pittore, il quale, ad un certo punto, mi si avvicina con l’aria di dovermi fare una confidenza e mi sussurra: «Quando hai finito di dipingere un quadro, non firmarlo. Il quadro non è tuo. O meglio, non è solo tuo. Appartiene un po’ alla cosa che hai dipinto, un po’ a chi lo guarda, un po’ a te che ci hai messo del tuo».<br />
Tutto questo per dire che entrambi – l’archeologo e storico dell’arte tedesco e l’anonimo pittore qui citato – riflettono su una stessa idea fondamentale: quella del rispetto della materia che si fa arte e della discrezione di chi la prende, per così dire, in prestito, senza appropriarsene. Winckelmann dice chiaramente di non prendere tutto dalla materia, ma solo una parte, senza farle violenza, senza sfruttarla. È bello questo senso del rispetto che si interpone diaframmaticamente tra noi e l’arte. E, ancora, il senso del rispetto che mi insegna l’anziano pittore: non mettere la firma su un qualcosa che non ti appartiene totalmente. Senza la necessità di ipertrofizzare l’ego in una sorta di superomismo smodato, senza l’esigenza di sigillare un oggetto come nostro, rendendolo, pertanto, così facendo, puro oggetto. Ma ponendo una lente di consapevolezza, tra noi e il nostro operato, che quello è un amico cui stringiamo la mano, cui volgiamo il pensiero.<br />
La stessa percezione di discrezione e di rispetto per la materia trattata, come fosse un soffio leggero da sentire a occhi chiusi e non un vortice di vento turbolento da abbattere sulla terra, l’ho avuta leggendo un epigramma di Marziale, dedicato a una schiava prematuramente scomparsa. In questi versi a me pare non ci sia sfruttamento della terribile vicenda, ma tocco delicato della materia, senza firma. <em>Purezza di una poesia discreta</em>.</p>
<p><em>Epigrammata</em>, V, 34, Preghiera per la morte di una bambina</p>
<p>A te padre Frontone,<br />
a te madre Flaccilla<br />
affido questa bimba,<br />
bacio e delizia mia.<br />
Che la piccola e tenera Erotion<br />
non provi orrore per le ombre nere<br />
e per le bocche mostruose<br />
del tartareo cane.<br />
Avrebbe intero compiuto il sesto inverno,<br />
se fosse vissuta ancor sei giorni.<br />
Oh, ch&#8217;essa giuochi e folleggi<br />
tra i suoi patroni tanto vecchi<br />
e cinguetti il mio nome<br />
con la boccuccia ancora balbettante.<br />
Ricopra una zolla non dura<br />
le sue tenere ossa:<br />
tu, terra,<br />
non essere pesante su di lei:<br />
essa su di te pesò sì poco.</p>
<p>(<a href="http://testilatini.blogspot.com/2007/06/marziale-epigrammi-italiano.html">Fonte della traduzione</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Apparizione: verità e pietrificazione, presenza e sguardo. Un omaggio a Stéphane Mallarmé</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/03/apparizione-verita-e-pietrificazione-presenza-e-sguardo-un-omaggio-a-stephane-mallarme/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 07:12:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Apparire]]></category>
		<category><![CDATA[Apparizione]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Di Poce]]></category>
		<category><![CDATA[Mallarmé]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Secchi]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Zaccheo]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna la rubrica poetica del Giornale di Lettere. Per farsi addolcire l'occhio e, se leggete ad alta voce, l'orecchio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="n1333964295_386000_7191333" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=5751"><img class="alignright size-medium wp-image-5751" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/03/n1333964295_386000_7191333-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Per il secondo numero di <em>Nugae</em> si è proposto ai poeti di confrontarsi con il simbolismo francese. In particolare, con il tema dell’A<em>pparizione</em>, dell’omonima poesia di Stéphane Mallarmé. Un piccolo omaggio alla sua poesia, in memoria della sua nascita, il 18 marzo del 1842.</p>
<p><strong>Apparire</strong>. L’etimologia del termine suggerisce chiaramente l’idea del “venire alla luce”. Ed è proprio sul senso di questa luce che vorrei riflettere. L’oasi di colori eterei che pervade i sogni e i celesti amori o la scia semi-morente che, d’attrito, il giorno porta con sé nel suo trasmutarsi in crepuscolo? Flebile fiamma di vita che si protrae oltre e, inevitabilmente, in-oltra la notte o raggio abbagliante che invade gli occhi e acceca la via senza ritorno dello schiavo-padrone? Non è facile, per la luce, definirsi senza il rischio di perdersi nella dimensione ambigua del doppio. Se per Lucrezio (e, prima ancora, per Epicuro) essa «squarcia le tenebre dell’ignoranza», per Platone questa finisce addirittura per accecare la vista dell’uomo, che vuole conoscere. Eppure Caravaggio ce l’ha mostrato meglio di chiunque altro: a guardare Medusa negli occhi si resta pietrificati. Apparire non basta. «La rosa è senza un perché, fiorisce perché fiorisce», recita Silesius. Ma oltre l’apparizione c’è lo sguardo di chi… la Coglie. Ed ecco che tra luce e buio, verità e pietrificazione, presenza e sguardo, si snoda, tra i versi delle poesie scelte, il complesso tema dell’apparire.</p>
<p>Prima di mostrarvi le poesie dei ragazzi, vi invito a leggere con attenzione la celebre composizione di Mallarmé:</p>
<p><strong>Apparizione</strong></p>
<p>La luna s&#8217;attristava. Serafini in lagrime<br />
sognando, con l&#8217;archetto fra le dita nella calma dei fiori<br />
vaporosi, traevano da morenti viole<br />
bianchi singhiozzi scivolanti sull&#8217;azzurro delle corolle.<br />
– Era il giorno benedetto del tuo primo bacio.<br />
La mia fantasticheria, dilettandosi di martoriarmi,<br />
s&#8217;inebriava sapientemente del profumo di tristezza<br />
che, pur senza rimpianto e senza disgusto, lascia<br />
l&#8217;aver colto un Sogno al cuore che lo colse.<br />
Erravo dunque, fisso l&#8217;occhio sul selciato invecchiato,<br />
quando, con del sole sui capelli, nella via<br />
e nella sera tu ridendo mi apparisti,<br />
e credetti vedere la fata dal cappello di luce,<br />
che un tempo sui miei sonni belli di bimbo viziato<br />
passava, sempre lasciando dalle mani mal chiuse<br />
nevicare bianchi mazzi di stelle olezzanti.</p>
<p>(Stéphane Mallarmé)</p>
<p><strong>Apparizione</strong></p>
<p>E di là ci sei tu, nella camera a fare il silenzio,<br />
nel letto a piangere con me,<br />
fumare in cucina bere caffè.<br />
È di là l’intero mondo.</p>
<p>Vagava per casa in pigiama,<br />
si chiudeva nel grande cappotto:<br />
allora apparve l’amore.</p>
<p>Non esito a perdermi tra le lenzuola<br />
che si colorano di bianco, insieme a te,<br />
affondo nelle acque marine e emergo<br />
e sono conchiglia, insieme a te.<br />
Cammino sulla punta della lingua.<br />
Tesso un abito per due con le lenzuola<br />
e siamo congiunzione, sì, ancora,<br />
ti lego con merletti al vento,<br />
ma taccio, non canto il pensiero:<br />
non posso esagerare<br />
come la schiuma dello champagne.<br />
L’ubriachezza, lo sai, è dono divino<br />
e  abbondanza.</p>
<p>Mi tiro ancora le lenzuola: le scopro esuberanti,<br />
ma le scopro esiliate,<br />
gonfie d’aria come il mare. Abbandonate.<br />
Puzzano d’assenzio. D’assenza.<br />
Tu dove sei?</p>
<p>Dopo l’amore, traduco ancor meglio Platone<br />
–tu dove sei? –sul tavolo ci sono solo esami,<br />
minacciano d’assottigliarmi l’esistenza<br />
–tu dove sei?– e poi non leggo più le poesie,<br />
perché farei –tu dove sei?– peccato<br />
di tempo.</p>
<p>Vagava per casa in pigiama,<br />
si chiudeva nel grande cappotto:<br />
allora apparve in vero:<br />
era solo l’abbandono.</p>
<p>(Davide Di Poce)</p>
<p><strong>Tango e menzogna</strong></p>
<p>Credevamo meglio morire straziati di passione<br />
Che così, legati, imbavagliati, schiacciati e sottratti<br />
Alla luce, a dio, uno qualunque, uno dei tanti.<br />
Speravi speranza e spargevi<br />
Gelo d’estate fuoco d’inverno.<br />
Cercavamo entrambi Broceliande.<br />
Ma la terra è lontana;<br />
Solo nuvole<br />
Rarefatte sorelle.  “Sbrigati è tardi”</p>
<p>Ho riempito i tuoi vuoti con le mie piene<br />
Di rabbia, dolore, qualche volta amore.<br />
La dolcezza è un lusso laggiù:<br />
Qua sotto è un ricordo addormentato,<br />
Bastonato dalla voglia di essere<br />
Altro, sempre distante da noi,<br />
Sempre diverso da quello<br />
Che sono (che ho cercato di essere)<br />
Che siamo. “Sbrigati cazzo”</p>
<p>Dove sei c’è un cielo migliore.<br />
La luna non è uguale in nessun luogo.<br />
Qui è simile solo a te, se la speranza,<br />
L’incresciosa arroganza di credersi liberi<br />
Ti porta ancora al rifiuto di te, di noi<br />
(Un qualcosa già perso tra le brume d’inverno<br />
Tra un respiro e l’altro, tra un orologio,<br />
Una fetta d’aria e la metà del sole).<br />
Sono già andato, sono distante. “Ce l’hai fatta ad arrivare”</p>
<p>Partiamo su questo cavallo,<br />
Il mio ritardo è colpa del metallo<br />
Che lo compone.<br />
Ho sopportato tanto freddo,<br />
Ma questo no,  non credo si possa sopportare;<br />
Mi baci e ti togli il vestito di pudori,<br />
Io indosso la maschera e riprende,<br />
Riprende il ballo.<br />
Tango e menzogna.  “Ti voglio”</p>
<p>(Tommaso Zaccheo)</p>
<p><strong>(Senza titolo)</strong></p>
<p>Mi chiedi il punto<br />
in cui sorge la rosa.<br />
È come la linea<br />
dell’orizzonte<br />
in me fatta spirale,<br />
che rabbrividisce<br />
nelle sere morte,<br />
negli occhi di luna spezzata,<br />
nella corteccia scura<br />
invasa dai licheni.<br />
Solo parole abbarbicate<br />
al midollo posso lasciare<br />
e il midollo nella terra,<br />
intatta al volo delle mosche.</p>
<p>(Pietro Secchi)</p>
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		<title>Non passerò la vita inchiodata ad uno stupido monitor</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 19:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Carbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Marino]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Stigliani]]></category>

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		<description><![CDATA[Una raccolta selezionata di poesie, scritte dagli studenti, sul senso che ancora oggi può avere la parola poetica. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="Non passerò.." href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=3815"><img class="alignleft size-medium wp-image-3815" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/12/Non-passerò..-300x135.jpg" alt="" width="300" height="135" /></a>Nel 1636 Tommaso Stigliani, in una celebre lettera in risposta al Marino, scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">“Che dobbiamo noi fare in così delicata età bizzarra, il cui gusto è tanto incallito e tanto ottuso che ormai non sente più nulla? A punto non istampiamo nulla, ma stiamcene in riposo, mentre ogni buona fatica è perduta. E dico &lt;buona fatica &gt;perché me par di vedere che questa soverchia delicatezza del secolo si vada a poco a poco convertendo in totale stupidezza e pazzia […] cotanto in lui prevale il cieco desiderio che tien di novità”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ straordinario quanto queste parole suonino così vere oggi, in un momento in cui non soltanto risulta complessa la ricerca di una forma, di un linguaggio adeguato ai nostri tempi, ma a cui si affianca anche la problematica questione dei contenuti. D’altronde, la storia della letteratura ci insegna che da sempre forma e contenuto hanno viaggiato strettamente uniti e all’eclissi della sacralità dell’uno non può che accompagnarsi la crisi dell’altro. Se per Marino “La sola regola è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente e al gusto del secolo”, per Stigliani, invece, la soluzione è quella di sospendere la scrittura, se questa non sia in grado veramente di  parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa rubrica di poesia intende rompere il silenzio o forse <em>irrompere in esso</em>, travolgendo nel flusso sordo della scrittura tutti i suoni del mondo. Qualunque sia la forma, qualunque sia il contenuto. Anche solo con lo scopo di regalare ai momenti &#8211; altrimenti destinati al vuoto &#8211; il ghigno schernente dell’eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo numero –finalmente, dopo un periodo di pausa, la rubrica torna a parlare e a far parlare le voci sepolte di questo universo &#8211; proponiamo una serie di componimenti legati al tema della possibilità della parola. Laddove al tutto possa succedere perfino il nulla. Insomma, che senso ha, oggi, raccontare? Mi vengono in mente Sebastião Salgado e la sua ansia di gettare l’obiettivo sugli ultimi luoghi della terra. Mi viene in mente il cane di Goya, l’anelito di sopravvivenza per eccellenza, l’addio disperato rivolto a chi è disposto a donargli, col suo sguardo, la conferma di Esserci per un’ultima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong>LETTERA A UN VECCHIO POETA</strong></p>
<p>Per te che non ti accontenti</p>
<p>e sperperi i tempi</p>
<p>a contare le calze bucate,</p>
<p>per te che ti spaventi e ti lamenti</p>
<p>tutto sarà più difficile,</p>
<p>quando sei nato te lo dissero?</p>
<p>Combattere sfidare cadere rialzare</p>
<p>affrontare civiltà e società</p>
<p>l’ambizione della celebrità?</p>
<p>Non frignare non potrai piacere a tutti,</p>
<p>quando sei nato te lo dissero?</p>
<p>T’hanno sfiduciato lo so</p>
<p>t’hanno affogato in gola con</p>
<p>malloppi di carta igienica lo so,</p>
<p>le donne d’edera stavano per</p>
<p>strangolarti.  Non si respira nella</p>
<p>prigione di rocce e orizzonte e pace e amore,</p>
<p>dentro a un rudere ti chiudi e ti lamenti e piangi</p>
<p>per cazzate, povertà e fumo</p>
<p>nel buco sottoterra, sono piene di siringhe</p>
<p>le catacombe.</p>
<p>Intanto qui non c’è più terra</p>
<p>che germogli un seme né  tempo</p>
<p>che altro tempo porti</p>
<p>non c’è più strada verso il buio</p>
<p>e lato ignoto e nonsochefareoggi e piazza</p>
<p>le foreste piene di rugiada la luna il dito</p>
<p>l’invisibile mente, qui</p>
<p>non esistono più mari, né maree.</p>
<p>L’acqua hanno detto è un’accadueò.</p>
<p>Ma ora riallacciati le scarpe,</p>
<p>l’alcione vola coraggioso solitario,</p>
<p>e trasforma i moti terrestri lunari,</p>
<p>le stelle universali trasforma</p>
<p>la materia che è destino</p>
<p>e bieco accadimento in vita</p>
<p>raccontala</p>
<p>ricongiungi gli estremi della retta</p>
<p>che è dolore ai denti e fretta e furia,</p>
<p>ridisegna il Cerchio,</p>
<p>siamo uomini.</p>
<p>Anche lei lo vorrebbe, Orpheo,</p>
<p>in assiderate stanze ti pensa.</p>
<p>Anche Loro, li vedi?</p>
<p>Li vedi i firmamenti di ghiaccio che</p>
<p>abitano i grumi della terra? E</p>
<p>ci sono ancora, sono chiusi</p>
<p>nelle monadi mandorlate</p>
<p>di foglie sabbie rancori.</p>
<p>E ci vedono</p>
<p>sono il corpo naturale e ci seguono</p>
<p>sono la quercia e l’occhio di pantera, ci vedono.</p>
<p>Nelle tempie di uomo che</p>
<p>muore, nelle noci d’odio che</p>
<p>snocciolano gli anni, e</p>
<p>crescono sulle fosse ne</p>
<p>curano il canto e le mense,</p>
<p>nei libri vecchi nel fuoco che</p>
<p>accompagna i giorni e</p>
<p>nell’insonnia e l’incubo</p>
<p>e il girasole.</p>
<p>Esistono come le cose, Orpheo,</p>
<p>continuano alimentano,</p>
<p>Loro sono i sogni.</p>
<p>I giorni intanto su quest’isola</p>
<p>noi ingrassiamo</p>
<p>in attesa della sera</p>
<p>in attesa degli Dèi.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Davide Di Poce</em></p>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
<p><strong>SENZA TITOLO</strong></p>
<p>La polvere dell&#8217;alba<br />
corvi morenti<br />
gridano<br />
sulle rovine dell&#8217;impero.</p>
<p>La vertigine non risparmia<br />
militanti devoti<br />
le finestre<br />
troppo stanche</p>
<p>piangono l&#8217;angoscia<br />
di un domani sempre uguale.<br />
I volti delle case</p>
<p>fumanti<br />
la nebbia dei ricordi<br />
tradiscono<br />
l&#8217;autunno delle abitudini.<br />
e<br />
continuo a fissarmi<br />
in questo sordo specchio.<br />
Divento<br />
soffio di vento</p>
<p style="text-align: left;"><em> Cobra</em></p>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>SENZA TITOLO</strong></p>
<p>Ma da questo punto di vista nascosto tra le colline</p>
<p>non riesco a farmi sentire né il tuo linguaggio di copertura</p>
<p>mi consente la tenerezza. Rimango qui a strisciarmi sul pavimento</p>
<p>ancora non so se oggi ho deciso di starci dentro, e che cosa comporta</p>
<p>questo, dimmi? Sedere sul bordo del fiume, lanciare i sassi</p>
<p>e aspettare i cerchi sull&#8217;acqua. Né vederti partire né vederti tornare.</p>
<p>Se la poesia è nominare o non nominare. Il mio pensiero</p>
<p>è così debole, non attinge a niente di particolare, le mura</p>
<p>qui non le puliscono, no non le puliscono mai.</p>
<p>Ci sono giorni amore che non possiamo girare intorno alle parole,</p>
<p>il vagone è troppo piccolo per le nostre valigie, le teniamo</p>
<p>a turno sulle ginocchia. Avere rinunciato al nulla ha complicato</p>
<p>le cose, si crede alla salute, non alla salvezza.</p>
<p>[…] Non piove, è martedì, sono a Roma.</p>
<p>L&#8217;inverno si è schiantato contro lo schermo blu elettrico</p>
<p>del cielo e i fili sopra Porta Maggiore lungo i quali arriverai</p>
<p>un giorno, da Fiumicino. (C&#8217;è motivo di difendere la poesia?).</p>
<p>Appenderai al soffitto elefanti volanti, partirai per Madrid</p>
<p>e tornerai a mani vuote, giocherai i tuoi numeri al lotto.</p>
<p>Non posso pensare che non ci siano momenti in cui ti credi felice.</p>
<p>Immobili, pesanti, chi scende alla prossima stazione</p>
<p>che cosa dirò alla bimba di questo frequente accasciarmi</p>
<p>dell&#8217;accartocciarmi che nemmeno tu sai districare.</p>
<p>Ci sarà tempo, lo sai, è questa la nostra speranza,</p>
<p>ma vorresti che finisse ora, nel tuo ultimo spruzzo di lacca</p>
<p>e nel rossetto che non rimanda più, dallo specchio, l&#8217;immagine migliore di te.</p>
<p>Farò un lungo viaggio nella discarica che intossica il presente</p>
<p>ti porterò dei souvenir che ti faranno ridere, mi perdonerai</p>
<p>di essere stata via molto, e ti prenderò tra le braccia.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Maddalena Bergamin</em></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per terminare, vi propongo l&#8217;estrapolato di un&#8217;intervista ad Ungaretti: una grande lezione sul senso della poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La poesia è poesia quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare non è più poesia&#8221;.<br />
(Giuseppe Ungaretti)</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=PVGEEHCXRaE">Intervista a Giuseppe Ungaretti (1961) &#8211; prima parte</a></p>
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		<title>Lo sguardo della notte</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2010/06/lo-sguardo-della-notte/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 16:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa prosaica, densa e affascinante poesia Daniele Carboni offre ai lettori una descrizione concreta quanto straniante della notte: versi che mi sento di dedicare  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/06/lo-sguardo-della-notte/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa prosaica, densa e affascinante poesia Daniele Carboni offre ai lettori una descrizione concreta quanto straniante della notte: versi che mi sento di dedicare a quanti, con l&#8217;arrivo dell&#8217;estate, amano trascorre le tiepide ore notturne guardando il cielo assorti tra i propri pensieri, cercando nella notte le risposte alle domande della vita. Buona lettura!</p>
<p><strong>Lo sguardo della notte</strong> di <em>Daniele Carboni<br />
</em><br />
Passeggi, nel tetro volto della notte,<br />
le accarezzi i lati della bocca,<br />
e lei ti dona in cambio<br />
un leggero velo di malinconia.</p>
<p>Indugi sulla sua austera espressione,<br />
cercando di cogliere una minima variazione in essa.<br />
Nulla&#8230;., sembra quasi che i sorrisi del giorno mai l&#8217;abbiano lambita<br />
che il suo cupo mutismo riveli la sua unica maschera.</p>
<p>O forse sorride, sorride nel suo perpetuo immoto perdurare,<br />
nel trucco scuro che le solca il viso,<br />
tra le pieghe di un colore che mai<br />
la farebbe sembrare bambina.</p>
<p>Sorriderà la notte, proprio mentre noi,<br />
distratti dall&#8217;incedere delle prime luci,<br />
volgeremo lo sguardo verso un più semplice umore chiaro,<br />
e finalmente la lasceremo sola a contemplare la sua espressione.</p>
<p>Si addormenterà quella oscura signora,<br />
riposerà sulle ossa di quelli che hanno cercato di viverla,<br />
sulle storie di chi ha guardato i suoi occhi,<br />
sulle lacrime colate giù dal suo cielo.</p>
]]></content:encoded>
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