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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it &#187; Senza categoria</title>
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		<title>La Biblioteca Argan è inagibile</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 21:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Di Iorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cade un pannello in cartongesso dal soffitto della Biblioteca Argan di Storia dell'arte.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_18096" class="wp-caption aligncenter" style="width: 601px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/biblio.jpeg"><img class=" wp-image-18096 " alt="La Biblioteca Argan (foto tratta dal sito del Dipartimento di Arte e Spettacolo)." src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/biblio.jpeg" width="591" height="182" /></a><p class="wp-caption-text">La Biblioteca Argan (foto tratta dal sito del Dipartimento di Arte e Spettacolo).</p></div>
<p>Lo scorso<strong> 1 aprile</strong> un <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/04/sopralluogo-dei-vigili-del-fuoco-lettere-e-inagibile/">articolo</a> comparso su questo giornale ha provocato grande rumore fra gli studenti di Lettere: si annunciava la <strong>chiusura dell&#8217;edificio centrale</strong> in seguito a un sopralluogo dei Vigili del fuoco. Nonostante la data e l&#8217;esplicita dichiarazione degli intenti goliardici del pezzo, molti lettori hanno preso sul serio la notizia: sono stati pochi quelli che hanno capito di essere di fronte a un <strong>pesce d&#8217;aprile</strong>.</p>
<p>Il <strong>fraintendimento</strong> che si è generato, a mio parere, deve far riflettere. Come mai tutti hanno pensato che davvero la nostra Facoltà fosse inagibile? Mettendo da parte la storia dell&#8217;edificio, fatta di sopraelevazioni successive e ritocchi edilizi vari (giusto per fare un paio di esempi: un tempo dove c&#8217;è la biblioteca di Filologia classica c&#8217;era davvero un terrazzo, stessa cosa dicasi per il corridoio di Italianistica), una prova tangibile di quali siano le condizioni della struttura si possono avere passando davanti alla Biblioteca Argan: un faretto penzola sconsolato dal soffitto caduto.</p>
<p>Chi frequenta abbastanza assiduamente l&#8217;edificio centrale di Lettere conosce bene situazioni quali la <strong>&#8220;plafoniera pendente&#8221;</strong> su per le scale, il<strong> &#8220;bagno unisex&#8221;</strong> del primo piano, il <strong>&#8220;corridoio sprofondante&#8221;</strong> del terzo («non vi accalcate ché sennò crolla»), per non parlare delle tante piccole <strong>magagne strutturali</strong> ignote ai più, ma che sicuramente, in un edificio degli anni Trenta, non sono certo rare eventualità, specie se la struttura in questione non ha mai subito consistenti interventi di ristrutturazione, almeno non ristrutturazione globale. La leggenda vuole, addirittura, che uno dei motivi per i quali sarebbe impossibile costituire una Biblioteca Unica di Facoltà all&#8217;interno di Lettere sia l&#8217;impossibilità di spostare gli scaffali: dopo tutto questo tempo la struttura si sarebbe assestata, adeguandosi all&#8217;attuale distribuzione dei carichi, e ogni ricollocazione dei volumi altererebbe il fragile equilibrio creatosi.</p>
<p>Quello che si è verificato nella <strong>Biblioteca Giulio Carlo Argan</strong> del Dipartimento di Storia dell&#8217;arte e Spettacolo il <strong>22 aprile 2013</strong> alle 14:30 circa è, tuttavia, un episodio <strong>estremamente grave</strong>.</p>
<p>Sorvoliamo sul fatto che la biblioteca sia una delle cosiddette <em>eccellenze</em> perché possiede volumi di pregio introvabili altrove, non consideriamo che essa sia nata da un <strong>lascito del celeberrimo critico</strong> di cui porta il nome (per non parlare dei contributi di altri insigni studiosi), facciamo finta di non vedere l&#8217;<strong>infiltrazione d&#8217;acqua</strong> che ha portato alla <strong>caduta del pannello</strong> in cartongesso dal soffitto e che rischia di <strong>danneggiare</strong> seriamente i volumi custoditi (molti davvero preziosi, a detta di chi vi studia). Immaginiamoci la scena: siete seduti al vostro posto, siete concentrati sui vostri libri quando, ad un tratto, con un boato, <strong>vi ritrovate un pannello di cartongesso a fianco</strong>, seguito da un faretto che rimane a penzolarvi vicino, assieme ai suoi fili. Non credo sia un&#8217;esperienza piacevole, anche perché il primo pensiero va a cosa sarebbe successo se a trovarsi sotto il pannello fosse stata la vostra zucca.</p>
<p>In realtà, bisogna che vi dica una cosa: la colpa è vostra: non avete visto, pochi metri più in là, un <strong>buco simile</strong> nel controsoffitto? Poche settimane fa è successa la <strong>stessa cosa</strong>, su scala ridotta: ci sono ancora le sedie a mo&#8217; di transenne; colpa vostra, dicevo: ma come, la Biblioteca Argan crolla e voi continuate imperterriti ad andarvi a studiare?! Per fortuna si è deciso di porvi rimedio: per evitare di farvi commettere altre sciocchezze (e magari tornare a studiare fra i cavi elettrici, i calcinacci e l&#8217;acqua che cola dal soffitto) la <strong>Biblioteca rimarrà chiusa</strong>.</p>
<p>Non dà sicurezza il sapere che da un momento all&#8217;altro la tua biblioteca può cascarti addosso, non è confortante sapere che nella sala contigua sono custoditi i volumi dell&#8217;Archivio Venturi, non è accettabile dover girare per la facoltà con un occhio per terra e uno per aria (ah! quant&#8217;è dispettoso il cartongesso).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 550px"><img alt="" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/1209b6b1a59621fe174c0aa9eafe4885-e1366671957201.jpg" width="540" height="388" /><p class="wp-caption-text">Il cedimento delle scorse settimane &#8211; Foto della nostra lettrice Cecilia Vari.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Blooming Iris: Pathos</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 09:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marta Salini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Report dal live alle Mura del 5 aprile 2013.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_18041" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/2.jpg"><img class="size-medium wp-image-18041 " alt="Foto di Margherita Sarli" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/2-300x197.jpg" width="300" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Margherita Sarli</p></div>
<p style="text-align: justify;">«Roma come New York» è lo slogan di <b>Heroes</b>, un’organizzazione che dà la possibilità a giovani band di esibirsi a Roma. Eroi? I <a href="www.letterefilosofia.it/2013/03/blooming-iris-logos/"><b>Blooming Iris</b></a> non sono degli eroi e non credo neanche che gli interessi esserlo, ma sono indubbiamente una bella sorpresa. Il loro modo di suonare mi appare nuovo e diverso: il sound fa respirare un’aria internazionale e i musicisti si pongono già come professionisti sul piccolo palco de <a href="http://www.lemuramusicbar.com/"><b>Le Mura</b></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concerto inizia con un’ora e mezzo di ritardo, grazie. Il locale è affollato, ma trovo una comoda postazione dietro la consolle del DJ; taccuino alla mano, sono pronta.</p>
<p style="text-align: justify;">I cinque romani, senza perdere tempo in presentazioni, riscaldano l’atmosfera con un intro strumentale: il batterista, <b>Giordano Valdarchi</b>, tira un po’ indietro il tempo, ma quando il preludio stacca con forza sulla traccia <em>Erika Lowin</em>, a mio parere la canzone più bella ed impetuosa del loro EP <a href="http://bloomingiris.bandcamp.com/"><em>Field</em></a>, diventa un buon metronomo per il gruppo. Ciò che colpisce di questo ragazzo, al di là del fatto che sia autodidatta e abbia un tocco ancora molto acerbo, è la fantasiosa dinamica che crea mentre colpisce i tamburi della sua batteria: funziona benissimo e si fonde perfettamente con le sonorità della band.</p>
<div id="attachment_18040" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/1.jpg"><img class="size-medium wp-image-18040 " alt="Foto di Margherita Sarli" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/1-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Margherita Sarli</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il concerto prosegue velocemente sulle note di<em> In Aliens I Trust</em> e <em>Li(f)e</em> dove i due chitarristi, <b>Daniele Razzicchia </b>e<b> Fabrizio Avizzano,</b> nelle loro armonizzazioni forse un po&#8217; troppo uguali, con semplicità ma efficacia donano l’impianto base alla melodia strumentale sostenuta dalle modeste note del bassista, <b>Guglielmo Sacco</b>. Ripeto: gli arrangiamenti sono semplici, ma sono eseguiti bene, senza strafare né caricare troppo l’onda d’urto.</p>
<p style="text-align: justify;">Unico appunto, Fabrizio stona un po’, scenicamente  parlando, con Daniele: quest’ultimo si cala nella sua parte da musicista, con piccoli passi si muove a ritmo occupando il suo spazio sul palco; Fabrizio sembra eccessivamente concentrato sulle sue dita, impalato nella sua posizione non dona al pubblico quella che dovrebbe essere anche la parte scenica dell’esibizione.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, nello stacco finale della terza canzone, si frenano le passioni, soprattutto quelle di <b>Nicolò Capozza</b>, abile cantante e frontman del gruppo: mentre prima si destreggiava al centro della band e faceva tremare Le Mura con la sua voce calda e potente, ora lo trovo seduto sul palco accanto a Daniele.</p>
<p style="text-align: justify;">Chitarra e voce riempiono la sala, la prima su accordi d’accompagnamento, la seconda mettendosi in luce tra vocali sfumature morbide e dolci. Nicolò è in grado di cantare qualsiasi melodia rendendola personale ed unica e così una canzone tanto sentita come <em>Skinny Love</em> di <b>Bon Iver</b> acquista una veste diversa nel tormento di una voce che gioca molto sulle timbriche che ha a disposizione. Conosce molto bene il suo &#8220;strumento&#8221; e questa consapevolezza lo porta affrontare la seconda cover della serata, <em>Consequence</em> dei <strong>The Notwist</strong> totalmente differente: malinconia portami via. Ecco cos’è l’espressione artistica, Nicolò la padroneggia totalmente.</p>
<div id="attachment_18042" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/3.jpg"><img class="size-medium wp-image-18042 " alt="Foto di Margherita Sarli" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/04/3-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Margherita Sarli</p></div>
<p style="text-align: justify;">I momenti sospesi che hanno creato le due tracce portano poi alla conclusione del concerto: <em>Anything About Me</em> fa affondare il pubblico in un sound nuovamente pieno e assordante, mentre <em>Hello Wonderland</em> (è molto apprezzabile l’arrangiamento) colpisce con i suoi crescendo dando una sensazione d’angoscia e attesa: «Is there anyone into this world? Is there anyone behind that door?».</p>
<p style="text-align: justify;">Se per caso dietro la porta trovaste i Blooming Iris e il loro piccolo mondo, non spaventatevi ma seguiteli, ne vale la pena.</p>
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		<title>La via della seta: viaggio nel &#8220;vicino&#8221; Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2012 22:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna a Roma la mostra Sulla Via della seta: al Palazzo delle Esposizioni fino al 10 marzo dell'anno prossimo. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Palazzo delle Esposizioni:</strong> di sopra il mondo è in bianco e nero, c’è odore di filtri, nitrato e reagenti. Di sotto invece il tempo scorre all’indietro, arricchendosi di colori sgargianti e profumi esotici: questa è l’immagine più calzante, per descrivere la riedizione della mostra presente al primo piano e intitolata <em>Sulla Via della Seta</em>. <em>Antichi sentieri tra Oriente e Occidente</em>. Denominazione scontata di un argomento ben noto all’immaginario comune, seppur erroneamente: il famigerato nome della rotta fu felice idea presente negli studi di un antropologo tedesco “solo” del tardo Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima, la &#8220;via&#8221; era conosciuta solo come un sistema di rotte commerciali che andava dalle coste dell’Oceano Pacifico, attraversava tutto il Medio Oriente e la cosmopolita Cina, fino ad arrivare alle coste dell’Oceano Atlantico e <strong>ai confini dell’Europa</strong>, tagliando i continenti da Ovest e a Est e da Nord a Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra, frutto del lavoro durato quattro anni di studi del Museo di Storia Naturale di New York, si propone di offrire al visitatore un panoramica di questa natura variegata e composita dei commerci antichi, di certo non solo limitati alla seta, ma a una varietà di materie prime, oggetti di artigianato e soprattutto di idee, veicolate da missionari ed intellettuali in viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="La-Via-della-Seta-in-mostra-620x388" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=17270"><img class="alignleft size-medium wp-image-17270" title="La-Via-della-Seta-in-mostra-620x388" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/12/La-Via-della-Seta-in-mostra-620x388-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>L’allestimento, curato da <strong>Mark Norell</strong>, presidente della divisione di paleontologia del Museo di Storia Naturale di New York, risulta piacevole e concettualmente ben studiato: dall’atrio circolare del Palazzo delle Esposizioni, ove campeggiano riproduzioni a grandezza naturale di cammelli carichi di merci, si snodano i corridoi che conducono alle sezioni della mostra: <strong>Chang&#8217;an (Xi&#8217;an), Turfan, Samarcanda, Baghdad, il Commercio via mare e l’Italia e l’Oriente</strong>. Le prime cinque rappresentano altrettante zone attraversate della via, ognuna con una ricca selezione di reperti di vario genere, che spaziano dagli oggetti di uso comune ai beni di lusso.</p>
<p style="text-align: justify;">Degno di nota è soprattutto il <strong>tentativo di creare un’originale sintesi sensoriale e multimediale</strong>: non solo quindi reperti da ammirare, come le statuette raffiguranti cammelli e palafrenieri di Chang’an, ma anche una sezione dedicata alla musica, con un espositore piuttosto corposo di strumenti musicali antichi delle varie zone menzionate, con la possibilità di ascoltarne la timbrica, isolati o assieme, oppure una dedicata ai profumi provenienti dall’oriente, con espositori olfattivi. Un particolare occhio di riguardo è stato destinato alla panoramica di oggetti e beni che potevano circolare, specie le materie prime: spezie, pellame pregiato, colori, pietre preziose, materiali e molto altro, disposti in maniera tale da far immedesimare il visitatore in un clima esotico e opulento. Inoltre si è scelto di dedicare una certa attenzione proprio alla circolazione delle idee, quindi, accanto a un prevedibile telaio per la seta con annesso video sulle tecniche antiche per produrre questo materiale, si affiancano reperti in vetro, tecnica appresa in Cina per tramite dell’Occidente e custodita come un segreto, e in metallo, belle opere di metallurgia con influenze occidentali, tra cui strumenti astronomici e di misurazione. Forse la selezione di testi antichi, specie sacri, risulta scarna per l’appassionato del genere, seppur presenti un’interessante selezione di documenti di <strong>Marco Polo</strong> e della sua cerchia. <strong>L’ultima sezione è dedicata alle influenze orientali in Italia</strong>, riscontrabili soprattutto nei ricchi corredi papali dai drappi di seta ai motivi ornamentali dipinti su icone e vestiario, che completano la panoramica di insieme e conducono verso l’uscita, di sicuro con una certa soddisfazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, è una mostra consigliata, specie agli appassionati di storia e cultura del mondo orientale; godibile in generale per tutti, fino al 10 marzo 2013, per passare un pomeriggio piacevole immersi in un altro mondo, aperto e cosmopolita forse più del nostro.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Flavia Sciolette</em></p>
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		<title>Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2012/10/vermeer-il-secolo-doro-dellarte-olandese/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 13:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione della mostra <em>Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese</em> alle Scuderie del Quirinale a Roma.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/05/il-tintoretto-alle-scuderie-del-quirinale/"><strong>Le Scuderie del Quirinale</strong></a> sono ormai diventate una garanzia nell’ambiente culturale romano per la qualità delle mostre ospitate. Questa inaugurata il 27 settembre ne è la conferma. <em>Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese</em> è <strong>la prima mostra a Roma dedicata a Jan Vermeer (1632 – 1675)</strong>, misterioso pittore olandese del XVII secolo, del quale siamo a conoscenza di ben pochi dati biografici (ad esempio, non si è certi della sua data di nascita, ipotizzata in base a quella di battesimo, il 31 ottobre 1632) e di ancor meno opere (il suo catalogo ne comprende circa quaranta). Il titolo della mostra, a mio avviso, è un po’ fuorviante, poiché del pittore sono presenti solo otto quadri mentre il resto è di fatto una panoramica sull’arte fiamminga del ‘600. Questa ricchezza di opere di artisti che hanno inciso sul percorso artistico di Vermeer (e viceversa) ci aiuta, in mancanza di un accettabile materiale storiografico di riferimento, a comprendere l’ambiente nel quale è nato e cresciuto il pittore fiammingo.</p>
<p>Le prime due sale della mostra sono interamente dedicate a vedute e scorci di <strong>Delft</strong>, tra cui lo splendido quadro <em>La stradina </em>(1658 ca) di Vermeer (assieme alla Veduta di Delft, l’unico dipinto di esterno giunto a noi) e la <em>Veduta di Delft con l’esplosione del 1654</em> (1654) di<strong> Egbert van der Poel</strong>, cronaca dell’esplosione della polveriera che distrusse parte della città e uccise il pittore <strong>Carel Fabritius</strong>. Le opere sono tutte caratterizzate da sapienti giochi di luce ed effetti visivi, che rendono tutto così delineato e vivo.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 283px"><img src="http://www.culturaeculture.it/wp-content/uploads/2012/09/Vermeer_SantaPrassede.jpg" alt="" width="273" height="340" /><p class="wp-caption-text"><em>Santa Prassede</em>, Jan Vermeer, 1655</p></div>
<p>Alla terza sala approdiamo davanti alla <em>Santa Prassede</em> di Vermeer del 1655, ripreso da un’opera italiana presente in mostra: la Santa Prassede di Felice Ficherelli (detto “Il Riposo”). Il quadro è la testimonianza della <strong>conversione di Vermeer al cattolicesimo, a seguito del matrimonio con Catharina Bolnes.</strong></p>
<p>Si susseguono nelle varie sale scene d’interni e di vita quotidiana: la pittura olandese del Seicento sembra appunto celebrare questo, <strong>gli aspetti migliori della classe borghese, della vita domestica, delle virtù delle donne di casa.</strong> A commissionare le opere sono spesso gli stessi borghesi che vi sono ritratti (all’epoca si potevano acquistare quadri per circa 45-50 fiorini, quando lo stipendio medio giornaliero di un artigiano era di circa 1 fiorino).</p>
<p>Procedendo nella visita, nella quinta sala siamo davanti a uno dei pezzi forti della mostra: l’enigmatico <em>Giovane donna con bicchiere di vino</em> (1659 &#8211; 60), del quale i critici continuano a chiedersi il ruolo dell’uomo assopito in secondo piano.</p>
<p><strong>L’arte olandese è piena di riferimenti, simbolismi e allegorie</strong>; emblematici sono, in questo senso, quadri come <em>Donna che dà da mangiare a un pappagallo</em> (1663) di<strong> Frans van Mieris</strong>, (il cuscino nel grembo della donna simboleggia le virtù domestiche, il pappagallo l’apprendimento e l’eloquio), Giovane donna in piedi al virginale (1670 – 72 ca) di Vermeer , che richiama un ideale di amore puro e armonioso, e<em> Donna che scrive una lettera</em> (1662 – 64) di <strong>Gabriel Metsu</strong> dove lo sfondo, che ritrae una nave in un mare in tempesta, fa riferimento alla natura tormentata del corteggiamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5/5c/Vermeer_The_Allegory_of_the_Faith.jpg/250px-Vermeer_The_Allegory_of_the_Faith.jpg" alt="" width="250" height="321" /><p class="wp-caption-text"><em>Allegoria della fede</em>, Jan Vermeer, (1670 – 74)</p></div>
<p>Le altre opere di Vermeer esposte sono: <em>Ragazza con cappello rosso</em>, piccola tavola del 1665, scelta come immagine per la locandina della mostra, <em>La suonatrice di liuto</em> (1664), <em>Giovane donna seduta al virginale</em> (1670 – 72), tela poco conosciuta fino al 2004, poiché nascosta tra varie collezioni private e <em>Allegoria della fede</em> (1670 – 74), tratta da due figure allegoriche di Cesare Ripa (“Iconologia”). In questa grande opera una donna, che simboleggia la Fede, ha il mondo ai suoi piedi. Si possono notare il calice e la croce (i simboli del martirio di Cristo) poggiati sul tavolo situato alla sinistra della donna, e una mela (con evidenti riferimenti al peccato originale) sul pavimento. Una tenda in primo piano e il riflesso di una stanza adibita a cappella su una sfera di vetro riportano all’aspetto domestico del culto dei cattolici, costretti dai protestanti a praticarlo in privato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’impressione dominante in un confronto tra le opere di Vermeer e di tutti gli altri pittori olandesi dell’epoca è sicuramente destinata al ruolo della luce, “prima donna” assoluta della tecnica fiamminga. Ma la differenza tra il pittore di Delft e gli altri fiamminghi viene subito a galla: <strong>se nelle opere degli altri regna sovrana la penombra e i soggetti sembrano essere illuminati artificialmente da un occhio di bue, nelle opere di Vermeer è tutto più naturale</strong>, la luce diventa colore, le immagini sembrano fotografie, le pose non appaiono costruite, sembra tutto accidentale. Indubbiamente è questa la ragione per cui <strong>Vermeer può essere considerato il più grande di tutti nel secolo d’oro dell’arte olandese.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese</em></p>
<p>a cura di</p>
<p><strong>Sandrina Bandera</strong></p>
<p>Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Milano</p>
<p><strong>Walter Liedtke</strong></p>
<p>Curator of European Paintings Metropolitan Museum of Art, New York</p>
<p><strong>Arthur K. Wheelock, Jr</strong>.</p>
<p>Curator of Northern Baroque Paintings National Gallery of Art, Washington</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Francesca Castellani</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>The Dark Knight Rises  di Christopher Nolan</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2012 13:27:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sarli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[The Dark Knight Rises conclude la trilogia di Batman scritta e diretta da Christopher Nolan. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 1982 quando Steven Spielberg, intervistato da Wim Wenders nel suo film-documentario<em> Chambre 666</em>, sosteneva che il compito più difficile per un regista all’interno di Hollywood fosse riuscire a fare un film bello, di successo e che potesse piacere a tutti: adulti, bambini, studenti, lavoratori, intellettuali, insomma, a tutti (o quasi: ovviamente sempre in termini relativi). Spielberg stesso è probabilmente colui che, in tempi più o meno recenti, si è avvicinato di più a questa chimera con il suo capolavoro<em> E.T.</em> (1982). Se dovessimo indicare un altro regista che si è nettamente avvicinato  al raggiungimento di questo scopo, è <strong>Christopher Nolan</strong>. La sua trilogia su<strong> Batman</strong>, in particolare<em> The Dark Knight (2008)</em> e adesso<em> The Dark Knight Rises</em>, è stata vista e apprezzata da un numero enorme di persone; tutti i critici del mondo hanno speso parole nell’analizzarla, magari estrapolandone ogni possibile difetto o ideologia negativa, presunta o reale che fosse, ma su una cosa sono tutti d’accordo: <em>The Dark Knight</em> e <em>The Dark Knight Rises</em>, sono, tecnicamente e a livello narrativo, dei grandi film.</p>
<p><a class="lightbox" title="the-dark-knight-rises-638x425" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14814"><img class="aligncenter size-medium wp-image-14814" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/09/the-dark-knight-rises-638x425-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Con <em>The Dark Knight Rises</em> si chiude la trilogia iniziata nel 2005 con <em>Batman Begins</em> e proseguita nel 2008 con <em>The Dark Knight</em>. La conclusione del secondo capitolo ci aveva lasciato di fronte a un Batman (<strong>Christian Bale</strong>) solo, odiato e considerato dagli abitanti di Gotham come l’assassino del procuratore distrettuale Harvey Dent. Dopo otto anni, la città sembra ormai lontana da quei tempi bui, è pervasa da un clima di pace e calma apparente e continua a credere in quel falso idolo, Dent, in realtà Due Facce, cui Batman aveva sacrificato la sua stessa immagine pur di lasciare a Gotham la fiducia e la speranza tanto duramente conquistate. Bruce Wayne vive quindi da recluso nella sua villa, affiancato solo dal fedele Alfred (<strong>Michael Caine</strong>), deciso a rimanere a leccarsi le ferite. Ma «sta arrivando una tempesta». A fargli aprire gli occhi è la superladra Selina Kyle (<strong>Anne Hathaway</strong>) che ha le fattezze di Catwoman (ma molto elegantemente non viene mai citata come tale), è un giovane poliziotto anche lui orfano, Blake (<strong>Joseph Gordon-Levitt</strong>), è il sempre presente commissario Gordon (<strong>Gary Oldman</strong>), è l’affascinante industriale-ecologista Miranda Tate (<strong>Marion Cotillard</strong>). Ma è il clima stesso di Gotham a essere pervaso da tensioni sotterranee, non solo metaforicamente. Dal suo quartier generale situato nella rete fognaria della città arriva Bane (<strong>Tom Hardy</strong>): un ammasso di muscoli e brutalità, un cattivo questa volta molto “fisico” che senza alcuna pietà mette a ferro e fuoco Gotham City dando vita a una specie di dittatura del terrore. Presentandosi come un giustiziere, venuto a restituire ai cittadini i loro veri diritti contro i privilegi dei tanti ricchi che speculano sulle loro spalle, riesce a dare vita a una vera e propria guerra civile che getta la città nel caos; il tutto sotto la costante minaccia della bomba a tempo che, sempre secondo il suo piano, esploderà nel giro di pochi mesi, radendo al suolo la città. Con un cattivo del genere a Bruce Wayne non basterà certo rinfilarsi il mantello nero: dovrà toccare il fondo dei suoi limiti, paure, fantasmi per potersi risollevare e trovare la forza per difendere Gotham.</p>
<p>Tecnicamente<em> The Dark Knight Rises</em> è praticamente perfetto: il cast è d’eccezione, la colonna sonora di<strong> Hans Zimmer</strong> adeguata e gli effetti visivi spettacolari ma mai invadenti; ogni ripresa è curata fin nel minimo dettaglio, dai primi piani alle riprese aeree effettuate su una New York crepuscolare e oscura, caratteristiche diventate marchio di fabbrica della <strong>Gotham City</strong> del Batman di Nolan. Ma la vera vittoria di questo regista è l’essere riuscito a dare vita a un film che sia un blockbuster movie ma allo stesso tempo caratterizzato da un’impronta autoriale forte e riconoscibile; e se c’è un fattore che più di ogni altro accomuna la produzione di Nolan questo è rappresentato, prima di tutto, dalla<strong> storia</strong> in quanto tale. Nolan è riuscito a creare una storia nel senso migliore del termine, un intrigo narrativo la cui finalità è semplicemente e sopra ogni altra cosa il vero e proprio <strong>piacere del raccontare, di incantare lo spettatore, di riuscire a conquistarlo</strong> per due ore e quarantacinque minuti senza mai una sbavatura, proprio come se fosse una vera e propria favola raccontata da un nonno sapiente a un bambino. Il fatto sorprendente è l’abilità con cui il regista riesce a dare vita a questa struttura narrativa, <strong>attingendo a piene mani dalla realtà, per coinvolgere al massimo lo spettatore, ma al momento giusto stemperandola con la finzione, perché in ogni favola che si rispetti c’entra la fantasia</strong>, e chi guarda non deve fare altro che lasciarsi cullare attraverso ogni immagine, fiducioso che ogni cosa sarà al posto giusto nel momento giusto.</p>
<p><a class="lightbox" title="Christopher-Nolan" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14813"><img class="alignleft size-medium wp-image-14813" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/09/Christopher-Nolan-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>È quindi la realtà ad essere protagonista di un quadro angosciante, in cui <strong>Nolan ha dichiaratamente voluto mettere in scena alcuni dei fantasmi che ci fanno più paura oggi come oggi</strong>: lo spettro della crisi economica, la guerra civile, il sovvertimento di ogni ordine sociale. Tutti aspetti molto attuali o comunque già sperimentati nel corso della storia: basti guardare all’attacco al palazzo della borsa e allo stadio, che sembrano colpire proprio quelli che vengono considerati i due idoli della società americana, il denaro e lo sport, il football; e basti guardare a Bane, che avanza spavaldo nel suo cappotto di pelliccia come un coatto di oggi, e alla sua Gotham, molto somigliante alla Parigi del terrore, con tanto di presa della Bastiglia e improvvisati tribunali roberspierriani per giustiziare i ricchi speculatori. L’essere così realista è costato a Nolan anche molte critiche dal punto di vista ideologico, dal momento che molti hanno visto nella sua storia prese di posizione politiche, ad esempio anti-Occupy Wall Street; ma sono proprio critiche di questo genere a dimostrare quanto il regista sia riuscito a centrare il bersaglio, quanto sia riuscito a rendere credibile l’universo del suo film. In ogni caso Nolan ha puntualmente <a href="http://http://www.rollingstone.com/movies/news/christopher-nolan-dark-knight-rises-isn-t-political-20120720">replicato</a> negando che il suo film cavalchi la benché minima posizione politica, tanto da rispondere con senso dell’umorismo alla domanda se Bruce Wayne voterebbe il candidato Romney alle prossime elezioni: «prima o dopo che vada in bancarotta?».</p>
<p>Ma non dobbiamo dimenticare che il protagonista del film è Batman, e che Batman, per quanto costantemente al confine tra eroe e antieroe, è pur sempre il vigilante mascherato determinato a difendere la sua città, la figura in cui segretamente continuano a credere tutti i veri “buoni”, dagli orfani della città al coraggioso poliziotto Blake, al commissario Gordon, è il simbolo in cui Gotham ha bisogno di credere per potersi riscattare. Per questo <em>The Dark Knight Rises</em> è un film costruito su<strong> ideali, discussioni filosofiche, dilemmi morali</strong>, è il film forse più drammatico e cerebrale della trilogia. Lo scontro che viene a definirsi nella battaglia finale è quindi uno scontro di ideali, epico, netto, tra Bene e Male, in cui Batman e Bane si affrontano faccia a faccia al centro di un campo di battaglia combattendo a mani nude, dimenticando tutti gli arsenali ipertecnologici di cui hanno appena fatto uso, sullo sfondo di una architettura geometrica che sembra evocare delle colonne doriche: è uno<strong> scontro atavico</strong>. Ma la storia deve concludersi: arriva il commovente epilogo della trilogia, che finisce un po’ come era iniziata, con un <strong>simbolo</strong>.  Proprio perché quel simbolo rimanga a significare per tutti che «un eroe può essere chiunque. Anche un uomo che faccia qualcosa di semplice e rassicurante come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I Cani che non vorresti mai abbandonare</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2012 10:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Festival della musica di San Lorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[I Cani]]></category>
		<category><![CDATA[Luci della Centrale Elettrica]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Contessa]]></category>
		<category><![CDATA[Offlaga Disco Pax]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nostra nuova penna ci racconta in breve dei Cani, la cui recente esibizione di luglio al Festival della musica di San Lorenzo "ha spaccato" davvero. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><a name="_GoBack"></a></p>
<p style="text-align: justify;" align="CENTER">Quante volte vi è capitato di sentire discorsi come questo: «Ecco, ci risiamo. Il solito gruppetto del momento. Qualcuno che ha messo insieme delle parole un po’ paracule, mezze ruffiane, e un po’ di musica synth-pop votata al punk. Siamo capaci tutti a fare gli intellettuali scrivendo una canzone sui fighetti dei parioli, una sulle coppie sfigate in cui tutti si possono identificare prima o poi nella loro vita. Dai su. Cioè vorresti dirmi che questi tanto chiacchierati <strong>Cani</strong> sono il futuro della musica alternativa italiana? Ma per favore. Vatti ad ascoltare i Supercazzolaconloscappellamentoadestra, e poi ne riparliamo, quelli sì che fanno vera musica anti main stream (ghigno intellettualoide annesso)!». Ci vuole pazienza, ma in fondo sappiamo tutti che ,un po’ è vero. Che questi Cani, usciti alla ribalta nell’estate del 2010 con 2 singoli (<em>I pariolini di 18 anni</em> e <em>Wes anderson</em>) lanciati come bombe a mano pronte ad esplodere nei social network e nelle radio romane, e poi con il loro cd <em>Il sorprendente album d’esordio de I Cani </em>nel gennaio del 2011. I Cani si espongono con il loro modo di fare musica a facili equivoci e altrettanto facili critiche. Per tanti motivi, e tra i più ovvi il <a class="lightbox" title="cani" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14666"><img class="alignleft size-medium wp-image-14666" title="cani" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/08/cani-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>loro sound assolutamente non innovativo e il loro parlare di problemi e situazioni di attualità <strong>alla maniera degli Offlaga Disco Pax e delle Luci della Centrale Elettrica</strong>, per citare 2 gruppi temporalmente vicini a noi. Ma è proprio in questo punto, in questo passaggio, che si trova la chiave di volta del problema. La loro vicinanza a noi e al nostro mondo, fatto di realtà pseudo alternative e piene di sfumature tutte da analizzare, li rende così straordinariamente esplicativi. E il loro punto a favore, rispetto a tante altre realtà musicali, è il loro consapevole autocoinvolgimento in ciò che raccontano, mettendo in mezzo la società e in particolare i giovani del 21° secolo. Essi infatti non si pongono al di sopra per differenziarsi da ciò che criticano, perché loro fanno parte integrante della società oggetto della loro analisi. <strong>Niccolò Contessa</strong>, leader della one man band suddetta, <strong>faceva il disc jockey nelle discoteche romane</strong>. Chi meglio di lui allora potrà darci indicazioni a riguardo? Chi meglio di lui, che ha vissuto in pieno questa generazione e i suoi vuoti, può farci capire quanto sia facile e allo stesso difficile starne dentro oppure fuori? Non bisogna sottovalutare dunque le intuizioni e la sagacia &#8220;de &#8216;sti animali&#8221;. Perché i Cani ci fanno capire che si può anche avere il coraggio di rimanere incastrati dentro questa realtà. Basta conoscerne i suoi limiti e i suoi eventuali “mostri”, e saperli affrontare. Questo concetto è espletato bene in una delle canzoni meglio costruite, anche dal punto di vista musicale, dell’album <em>Velleità</em>, o meglio ancora nel ritornello de <em>I pariolini di 18 anni, </em>in cui Contessa si distacca dall’impeto critico per farci capire qual è la sua reale posizione in merito a ciò di cui canta e in un certo senso narra. Oltre a queste, altre canzoni significative dell’album sono la già citata <em>Le coppie</em>, perspicacissima lente d’ingrandimento sulla anormale vita di coppia nel 2012 e <em>Door selection</em>, sui pensieri di un ragazzo prima dell’ingresso in una discoteca. Infine <em>Hipsteria </em>indaga il fenomeno hipster, a noi tanto caro, destrutturandolo e analizzandolo con ironia e sagacia. Un tripudio di musica che si è manifestato in tutto il suo furore il 7 luglio al <strong>Festival della musica di San Lorenzo</strong> dove nel contesto dell’ &#8220;arriveranno presto i music festival&#8221; hanno dato prova di grande presenza sul palco: Contessa si è buttato, nel momento di maggior pathos, sul pubblico letteralmente impazzito durante l’esecuzione della febbrile<em> Velleità</em>.</p>
<p style="text-align: justify;" align="CENTER"><span style="text-align: justify;">Insomma per una volta nella vostra vita fate una grossa opera di carità: non abbandonate questi Cani, e teneteli stretti a voi. Musicalmente si intende.</span></p>
<p style="text-align: right;" align="CENTER"><em>Cristian Longo</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ἀτλαντίς &#8211; Appunti di Archeologia subacquea</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 10:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niccolò Mottinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Tabula - Appunti di Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandria d'Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Archeologia subacquea]]></category>
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		<category><![CDATA[navi di Nemi]]></category>
		<category><![CDATA[relitto]]></category>

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		<description><![CDATA[Fra anfore e relitti, Tabula guida il nostro viaggio archeologico nelle profondità del mondo subacqueo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_14461" class="wp-caption aligncenter" style="width: 630px"><a class="lightbox" title="Baiae: il ninfeo sommerso" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14461"><img class="size-full wp-image-14461" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/best1.png" alt="Baiae: il ninfeo sommerso" width="620" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Baiae: il ninfeo sommerso</p></div>
<p>Spesso l’estate è momento privilegiato per le campagne di scavo archeologico. Ci siamo limitati finora a parlare dello scavo stratigrafico “classico”, potremmo dire “terrestre”; prendiamo oggi in considerazione la possibilità di estendere la ricerca archeologica al mondo subacqueo, non necessariamente marino. L’<strong>Archeologia subacquea </strong>comprende infatti, oltre all’ambito sottomarino, quello lacustre, lagunare e fluviale: ognuno con specifici obiettivi e metodologie, dettati dalle condizioni proprie del contesto di indagine. Senza contare settori particolari, quali l’Archeologia dei pozzi e degli ipogei, o quella navale.</p>
<div id="attachment_14467" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Ustica: uno scavo di Archeologia subacquea" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14467"><img class="size-medium wp-image-14467" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/309_article_329_3-300x225.jpg" alt="Ustica: uno scavo di Archeologia subacquea" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Ustica: uno scavo di Archeologia subacquea</p></div>
<p>Se da un lato l’Archeologia subacquea può ispirarsi alle stesse regole, procedure o finalità che contraddistinguono gli scavi di superficie, dall’altro la particolare situazione che caratterizza lo studio di contesti sommersi impone inevitabilmente un metodo autonomo, nonché la disponibilità di strumentazione tecnica idonea. La necessità di affrontare difficoltà particolari, come la discesa e la permanenza in acqua degli Archeologi, l’utilizzo di mezzi specifici e il ricorso ad adeguate tecniche di ripresa fotografica hanno determinato la definizione metodologica della disciplina dalla <strong>fine degli anni ’50 del XX secolo</strong>. Gli albori dell’Archeologia subacquea si possono comunque far risalire al ‘500, con i primi tentativi di recupero delle navi di Caligola nel lago di Nemi. Non solo di relitti si occupa chiaramente questa affascinante disciplina: lo <strong>studio dei relitti </strong>ne è un aspetto peculiare, forse il più noto, senza dubbio fondamentale per la comprensione e la ricostruzione delle vie commerciali e le dinamiche economiche del mondo antico. Ricordo a tal proposito che spesso è possibile rinvenire nelle anfore tracce del loro contenuto, altrimenti identificabile, nei casi più fortunati, in base a graffiti, bolli impressi o iscrizioni dipinte (<em>tituli picti</em>), che possono anche fornire informazioni sul peso dell’anfora e del contenuto, sul commerciante, la provenienza, il destinatario, la data consolare, le note di magazzino, ecc.</p>
<div id="attachment_14475" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Archeologia lacustre: le navi di Caligola a Nemi" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14475"><img class="size-medium wp-image-14475" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/nemi-navi-21-300x201.jpg" alt="Archeologia lacustre: le navi di Caligola a Nemi" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Archeologia lacustre: le navi di Caligola a Nemi</p></div>
<p>Ferma restando l’importanza di anfore e relitti quali oggetti di studio dell’Archeologia subacquea, è inevitabile il riferimento a siti antichi interamente sommersi: <em>Baiae</em> in provincia di Napoli, o <em>Menouthis</em> e la parte costiera di Alessandria in Egitto, ma ne esistono molti altri. Esemplare il caso di <em>Baiae</em> nell’ambito della fruizione subacquea: non solo il parco archeologico sommerso è visitabile dalla superficie con un battello, ma sono anche organizzate immersioni in alcune aree del sito.<br />
Parlavamo dei mezzi specifici, necessari durante le immersioni: un ruolo fondamentale ha la <strong>nave d’appoggio</strong>. Non solo imbarcazione di trasporto, ma laboratorio di superficie: supporto funzionale alla sicurezza degli Archeologi,</p>
<div id="attachment_14469" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><a class="lightbox" title="Tituli picti sul collo di un'anfora" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14469"><img class="size-full wp-image-14469" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/anfore.jpg" alt="Tituli picti sul collo di un'anfora" width="230" height="153" /></a><p class="wp-caption-text">Tituli picti sul collo di un&#39;anfora</p></div>
<p>base per le comunicazioni con gli operatori, centro di documentazione e prima elaborazione dei dati raccolti, temporaneo magazzino dei reperti portati in superficie. Inutile dire che la lunga permanenza in acqua comporta un trattamento e un restauro specifici per i manufatti rinvenuti.<br />
Caratteristica è inoltre la raccolta di dati entro un sistema di quadrettatura di rilevazione, una sorta di mosaico che metta in connessione le informazioni ricavate, anche tenendo conto della difficoltà di effettuare un indagine su vaste aree. Indispensabile, infine, un sistema informatizzato di elaborazione grafica che permetta la lettura di documentazione fotografica a grande profondità.<br />
Per approfondire lo studio archeologico delle testimonianze subacquee la giusta lettura è <em>Archeologia subacquea. Storia, tecniche, scoperte e relitti</em> di <strong>Piero Alfredo Gianfrotta</strong> e <strong>Patrice Pomey</strong> (Mondadori).</p>
<div id="attachment_14470" class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><a class="lightbox" title="Nave d'appoggio e cantiere subacqueo" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14470"><img class="size-full wp-image-14470" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/archeologia.jpg" alt="Nave d'appoggio e cantiere subacqueo" width="420" height="425" /></a><p class="wp-caption-text">Nave d&#39;appoggio e cantiere subacqueo</p></div>
<div id="attachment_14471" class="wp-caption alignleft" style="width: 169px"><a class="lightbox" title="Alessandria d'Egitto" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14471"><img class=" wp-image-14471  " src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/tesori-sommersi-197x300.jpg" alt="Alessandria d'Egitto" width="159" height="243" /></a><p class="wp-caption-text">Alessandria d&#39;Egitto</p></div>
<p>Gianfrotta, docente di Topografia antica presso l’Università degli Studi della Tuscia, è considerato uno dei fondatori del metodo archeologico subacqueo condotto secondo criteri scientifici. Chiudiamo quindi l’articolo con una sua citazione, a proposito dell’autonomia disciplinare (sostenuta da diversi studiosi) dell’Archeologia subacquea rispetto a quell’Archeologia che abbiamo definito terrestre. Sicuramente l’indagine subacquea è svolta con mezzi, strumenti e procedimenti peculiari, ma può davvero essere scissa dall’Archeologia in senso lato e considerata uno studio indipendente? Non è forse l’obiettivo finale dell’Archeologo, anche di quello subacqueo, la «ricostruzione delle civiltà antiche»?<br />
Il prof. Gianfrotta afferma che non si tratta di «sfera autonoma, né disciplina archeologica, ma soltanto tecnica particolare al servizio dell&#8217;Archeologia; tecnica che permette all&#8217;Archeologia di estendere il suo campo d&#8217;indagine al vasto e ricco mondo subacqueo».</p>
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		<title>The Amazing Spider-Man di Marc Webb</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 19:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione di The Amazing Spider-man, reboot affidato al regista Marc Webb, con Andrew Garfield e Emma Stone. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Hanno ucciso l&#8217;uomo ragno&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">No, <strong>Max Pezzali</strong> e gli <strong>883</strong> (che furono) non c&#8217;entrano nulla. Si parla di <em><strong>The Amazing Spider-man</strong></em>, il tanto &#8220;chiaccherato&#8221; <strong>reboot</strong> dedicato al simpatico uomo ragno. Al timone di questo rilancio di un franchise già scandagliato da <strong>Sam Raimi</strong> appena 10 anni fa, c&#8217;è <strong>Marc Webb </strong>(5<em>00 giorni insieme</em>) che punta tutto su un cast di giovani promesse quali <strong>Andrew Garfield</strong>, <strong>Emma Stone </strong>e di vecchia scuola come <strong>Martin Sheen</strong>, <strong>Sally Field </strong>e <strong>Rhys Ifans</strong>. Tra alte aspettative ed evidenti rischi nel rilanciare un personaggio ancora fresco e vivo nei ricordi degli spettatori (<em>Spider-man 3</em> è del 2008), il film si presenta come un esperimento decisamente deludente. Ecco i miei perchè.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SALVE! SONO PETER PARKER! &#8230; LO SONO?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="the-amazing-spiderman" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14124"><img class="alignleft size-medium wp-image-14124" title="the-amazing-spiderman" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/the-amazing-spiderman-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a>Svecchiare la storia. Aggiornare il mito. Riscoprire le origini. Narrare la cosiddetta <strong>“untold story”</strong>. Ecco, sono questi i presupposti usati come scuse dalla <strong>Columbia Pictures</strong> e <strong>Sony</strong> per non perdere i diritti sull&#8217;aracnide antropomorfo. Ma come rilanciare un personaggio che possa conquistare le nuove schiere di giovani e allo stesso tempo ricalcare le mode del momento?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Peter Parker</strong> è un liceale secchione, sfigato (per non abusare del termine &#8220;nerd&#8221;), completamente timido e isolato; perso in formule chimiche e teoremi mentre qualche bullo decide di prenderlo di mira. Qui invece abbiamo un <strong>Andrew Garfield </strong>nei panni di un Peter Parker hipster e outsider, capello culleniano e tavola da skate. Fotografo dall&#8217;acuta sensibilità visiva, paladino dei deboli vessati dagli spacconi della scuola e, più semplicemente, un diverso. Un altro personaggio che pretende di indossare i panni del noto protagonista non rivisitandolo, ma <strong>riscrivendolo completamente </strong>e snaturando anni di speranze di lettori che si immedesimavano in un ragazzo normale. Ci sono diverse sequenze in cui qualche povero secchioncello di turno si ritrova a subire le angherie del bullo <strong>Flash Thompson</strong> e ti viene da pensare «ora l&#8217;inquadratura seguirà quella comparsa picchiata,verrà morso da un ragno enorme e comincerà a volare tra i grattacieli di New York». E invece no. Non succede mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Garfield è anche un bravissimo attore,  almeno a parere del sottoscritto (eccellenti le sue prove in <em>The Social Network </em>e <em>Non Lasciarmi</em>) ma è condizionato nei panni di questo Peter Parker &#8220;dalle lenti a contatto&#8221;. Sarebbe stato curioso vederlo nei panni del vero Peter.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DA GRANDI POTERI DERIVANO&#8230; GRANDI COMPLOTTI!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fin dai titoli di testa si capisce che siamo di fronte a quello che si può definire<strong> &#8220;lo</strong> <strong>Spider-man del complotto”.</strong> Genitori scomparsi in circostanze misteriose (o forse no?), zii che nascondono valigette dei suddetti genitori e si scambiano sguardi silenziosi in cucina, serrature e porte che si aprono con la facilità di un «apriti sesamo», impiegati indiani minacciosi, equazioni da incrocio di specie e buchi di sceneggiatura formano il gran complotto di questo film: ma perchè? <strong>I personaggi come la storia ingranano senza un vero scopo motivazionale</strong>, alla scoperta di qualcosa che sembrano già sapere per infusione divina: «Sai prepare un siero anti lucertola? Eccerto! Mi chiamo Gwen Stacy!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GWN STACY. LA GNOCCA CHE NON SAPEVA DI ESSERLO. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emma Stone</strong> interpreta la prima storica fidanzata del Peter Parker cartaceo, figura iconica e tragica che porta molte responsabilità al protagonista molto prima della rossa e provocante <strong>Mary Jane Watson</strong>. Il personaggio si ritaglia un piccolo ruolo di donna dell&#8217;eroe e controparte della teen-story del film. Peccato che si finga una gran secchiona tutta libri e stage alla Oscorp quando lo spacco tra gli stivaloni e l&#8217;onnipresente minigonna sembrano dire tutto tranne quello che la patinata storia voglia trasmettere. I due personaggi si innamorano quasi per partenogenesi, <strong>sedotti da esigenze di una incalzante sceneggiatura</strong> che invece di portare naturalezza nella storia conduce ad ulteriori stravolgimenti nella caratterizzazione di Peter, ormai completamente perduto. Una battuta su tutte: «Baci davvero bene. Te lo hanno mai detto? Dai lasciati andare&#8230;»<em>.</em> E il giovane Parker si rigira nella tomba dei reboot.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LIZARD, LA LUCERTOLONA DALLA PARLATA RIDICOLA. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nello <strong><em>Spider-Man</em> </strong>dell&#8217; untold story si è optato per un villain inedito rispetto alla trilogia di <strong>Sam Raimi</strong>. Sempre nella speranza di allontanarsi dal già detto e raccontare qualcosa di inedito, continuo monito dell&#8217;intera pellicola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco quindi che si opta per il dottor <strong>Curt Connors</strong>, interpretato da <strong>Rhys Ifans</strong>, amico del defunto/scomparso/nascosto <strong>Richard Parker</strong> e insieme al quale inseguiva il sogno di un siero in grado di rigenerare cellule e curare gravi menomazioni e malattie. Il figlio Parker assetato di verità va alla ricerca del dottore &#8211; dopo aver trovato indizi nella valigetta del complotto &#8211; e, grazie agli appunti del padre e al contributo di quello che definirò il &#8220;<strong>ragno di Fibonacci&#8221;</strong>, riesce a risolvere la misteriosa equazione che darà vita al miracoloso siero. Il Dottor Connors viene spinto alla sperimentazione umana e si tramuta nel lucertolone antropomorfo <strong>Lizard</strong> (ma il suo nome non viene mai rivelato nel film) che si muove in una New York come se ci si trovasse in uno degli spielbergiani <strong>Jurassic Park</strong> o in uno dei <strong>Godzilla</strong>. Sulla riuscita grafica della lucertola preferisco non esprimermi (motion capture? Seriously?) ma sui combattimenti c&#8217;è molto da ridire. Troppo brevi e concentrati per essere davvero appassionanti e belli da vedere. Salvo forse il combattimento all&#8217;interno del liceo, e tuttavia anche quello si sarebbe potuto fare molto più spettacolare. Quanto alla caratterizzazione dell&#8217;uomo rettile siamo davvero a livelli elementari, del tipo fuoco cattivo-albero buono. Così come la maggior parte dei personaggi, il villain si muove quasi senza un vero scopo preciso, monta un attacco a New York su due piedi e sviluppa<strong> una bipolarità sempre campata in aria</strong> per spingerlo verso il confronto con Spidey. Ma è tutto così frastagliato da buchi di sceneggiatura da risultare davvero poco credibile. Poi se gli concediamo frasi ridicole con voce deformata mentre è in stato di rettile assassino allora ci diamo la zappa sui piedi, e pure forte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ZIO BEN E LA RICERCA DELL&#8217;ASSASSINO A STELLA. SÌ&#8230; FINO A QUANDO ME NE RICORDO! </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti sanno il momento catartico nel passaggio da Peter Parker a Spider-man è la morte di <strong>Zio Ben</strong>. <strong>Martin Sheen </strong>è davvero bravo, c&#8217;è poco da dire. Come mette piede in scena si mangia tutti meglio ancora di  Lizard.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso sulle responsabilità è deviato e filtrato da una segreteria telefonica e dall&#8217;onnipresente passato dei genitori. E fin qui possiamo starci. Ma è proprio nel confrontarsi con questo rapporto che il film ci regala le sue parti migliori a mio avviso, e che quindi sarebbero potute essere molto più approfondite e sviluppate meglio. In questo la sceneggiatura appare un vero e proprio &#8220;contentino&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema della ricerca dell&#8217;assassino dello zio domina la prima parte del film, tant&#8217;è che sembra fare di Parker un vendicatore sulla scia del <strong><em>Dark Knight</em> della Dc Comics</strong>. Salvo poi dimenticarsene completamente. Nel bel mezzo del proseguire del film anche lo spettatore, insieme al protagonista, se ne dimentica. La continua ricerca di un dannato tatuaggio a stella sul polso del criminale colpevole si rende protagonista dei primi passi del nostro eroe salvo poi cadere anche lui nei soliti enormi buchi di sceneggiatura di questa pellicola. A questo punto molti di voi penseranno giustamente: «vabbè, ce lo faranno vedere nel seguito». Ed è quello che ho pensato anch&#8217;io, quando ho fatto mente locale e ho notato, durante i titoli di coda, che questa sotto-trama è rimasta irrisolta (per non dire messa da parte).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SCENEGGIATURA COLOSSEO E CITTÀ ANONIME. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La regia di <strong>Marc Webb</strong> è per forza di cose diversa e più debole rispetto a quanto offerto dalla precedente trilogia di<a class="lightbox" title="the_amazing_spider-man_foto_peter_gwen" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=14125"><img class="alignright size-medium wp-image-14125" title="the_amazing_spider-man_foto_peter_gwen" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/07/the_amazing_spider-man_foto_peter_gwen-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a> <strong>Sam Raimi</strong>. Si cercano toni differenti, più adulti e volutamente più dark, ma si cade rumorosamente nel tentativo. Non basta girare sequenze in notturna e oscurare la fotografia per avere uno Spider-Man &#8220;alla Nolan&#8221; e che sia credibile. Se poi si fanno pronunciare <strong>frasi da beota</strong> al protagonista come «Ehi! Guardate! Guardate come mi dondolo!!!» allora ci prendiamo in giro. Forse la parte più credibile e realistica è nei lividi nascosti sotto il cappuccio (che ci vogliamo fare? L&#8217;hanno fatto outsider!) e nei dubbi della fin troppo giovane <strong>Zia May</strong>. Per il resto, ragnatele comprate su internet e lucertoloni parlanti mandano in vacca tutto quanto. Come ampiamente sottolineato, <strong>la sceneggiatura ha più buchi di una fetta di formaggio Emmenthal</strong> (sieri partoriti in 20 secondi, Peter che gira alla Oscorp come se fosse il suo bagno, branzini vari, tatuaggi a stella, proiettili in una gamba dimenticati una volta rincasato, promesse fatte in punto di morte e tradite a causa degli ormoni di Emma Stone), ma un altro fattore aggravante è la resa anonima della città. Fondamentale nel caratterizzare un supereroe, la città di New York in <em>The Amazing Spider-Man</em> è assolutamente anonima, irriconoscibile, mai citata né verbalmente né visivamente; presente solo sotto forma di gru della classe operaia che agisce in una perfetta coordinazione e a scatola chiusa, così, sulla fiducia (sono ricaduto in un altro buco della sceneggiatura, pardòn).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, questo nuovo Spider-Man sfrutta l&#8217;aggettivo &#8220;amazing&#8221; quando <strong>di &#8220;amazing&#8221; ha davvero poco, se non nulla.</strong> L&#8217;operazione suona come un invito alle generazioni di oggi ad accogliere lo Spider-Man fatto su misura per loro, cercando allo stesso tempo di strizzare l&#8217;occhio ai vecchi fan e allo zoccolo duro degli aficionados dei comics. Si lasciano in sospeso parecchie story-line, con l&#8217;intento di rendere questa prima avventura un canovaccio in cui si è voluto stiracchiare a forza le origini del nuovo eroe per il lancio di un eventuale nuova saga. Di sequenze interessanti ce ne sono, ma l&#8217;aver letteralmente ucciso il vero Peter Parker ed averlo sostituito con un personaggio del tutto nuovo ed estraneo è davvero troppo da sopportare per lo spettatore. E <strong>diffidate da quelli che dicono che questo è lo Spider-Man della versione Ultimate della Marvel</strong>. È solo una menzogna detta per rincarare le casse delle vendite dei comics.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Novelli</em></p>
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		<title>L&#8217;arte negli anni &#8217;70 le parole e le immagini (parte 3)</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 11:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Cerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Arte povera]]></category>
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		<category><![CDATA[Quadriennale]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Chia]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Carpegna Transavanguardia]]></category>

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		<description><![CDATA[Terzo incontro del ciclo di eventi alla Quadriennale, L'arte negli anni '70 le parole e le immagini.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Siamo ormai a ridosso del terzo incontro sull’arte degli anni ’70, che si svolgerà il <strong>25 giugno</strong> alla sede della Quadriennale di Roma, a <strong>Villa Carpegna</strong>. Interverrà uno degli artisti attivi in Italia più importanti del dopoguerra: <strong>Jannis Kounellis</strong>, nato al Pireo nel 1936.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 230px"><img src="http://www.arter.net/wp-content/uploads/2011/09/Jannis-Kounellis.jpg" alt="" width="220" height="160" /><p class="wp-caption-text">Jannis Kounellis</p></div>
<p style="text-align: justify;">Durante la conversazione l’artista ci parlerà della sua installazione, esposta nel 1969 alla galleria L’attico di Roma:<strong> dodici cavalli vivi legati lungo i muri della galleria.</strong> Più che di un’opera, si tratta di un gesto radicale, che ha dato inizio ed ispirazione, per il suo significato ideologico &#8211; lo scontro tra natura e cultura, la riduzione del lavoro artistico a favore dell’impatto dell’immagine &#8211; all’arte degli anni ’70.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre che di questa opera in particolare, verrà affrontato un discorso sull’<em>Arte Povera</em> (movimento artistico nato alla fine degli anni ’60 che ha visto in Kounellis uno degli esponenti di primo piano), un’arte nuova perché aveva l’ambizione di cambiare il significato e la valenza di un oggetto “povero”, per farlo diventare presenza epica. Sicuramente la strada intrapresa dall’arte degli anni ’70, è stata influenzata da questo tipo di configurazione dell’immagine artistica.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 117px"><img src="http://ic2.pbase.com/t1/89/813489/4/93744237.9QNFo6Qh.jpg" alt="" width="107" height="160" /><p class="wp-caption-text">Sandro Chia</p></div>
<p style="text-align: justify;">In un periodo di concettualismo e installazioni, un artista che sicuramente si impose, oltre che per le sue qualità, anche per il coraggio di invertire le nuove regole dell’arte a favore di una fedeltà rinnovata verso la pittura “da cavalletto”, fu <strong>Sandro Chia</strong>, ospite al secondo incontro alla Quadriennale, il 6 giugno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pittore, nato a Firenze nel 1946, che negli anni ’70, dopo essersi trasferito a Roma, aderì alla nuova corrente pittorica della <em>Transavanguardia</em> assieme ad artisti come<strong> Paladino</strong>,<strong> Clemente</strong> e<strong> Cucchi</strong>, oppose alla nuova concezione dello spazio vivibile dell’arte un ritorno allo spazio interno al quadro. La pittura, proprio perché contiene in sé lo spazio, non ha intenzione di ricrearlo, ha il vantaggio di poter usufruire della bidimensionalità, e di emozionare senza il bisogno di includere il visitatore nella sua estensione. <strong>«Il quadro non si tocca, ma tutto si può dire del quadro»</strong>, afferma, a questo proposito, l’artista.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un potpourri di cose, di vite, di anime: Brunori Sas @ San Lorenzo Estate</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jun 2012 11:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Brunori Sas]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Brunori]]></category>
		<category><![CDATA[Rino Gaetano]]></category>
		<category><![CDATA[San Lorenzo Estate]]></category>
		<category><![CDATA[Supersanto's Festival]]></category>

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		<description><![CDATA[L'eclettico cantautore calabrese Brunori Sas si esibisce a San Lorenzo, e dalla Piazza del Verano manda un saluto speciale al suo conterraneo Rino Gaetano. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un potpourri di cose, di vite, di anime.</p>
<p>Essenze profumate di vite spezzate dai debiti, da amori falliti, finiti, dopo anni, per colpa del buon Dio che ha ingiustamente cancellato Bruno, l’unico elemento che rendeva un’altra vita felice, anche se ormai coperta dalla polvere della quotidianità, dalle notti nello stesso letto, con la stessa marca di sigaretta, con la solita enigmistica.</p>
<p>Essenze profumate di assenza, di senso di vuoto,di malinconia, e di amore. Quanto amore ritrova Mario negli occhi della moglie paziente, che non rinfaccia mai niente, abbassa solo gli occhi e perdona l’ennesima bugia dei debiti di gioco che non sfameranno le voraci e supplichevoli bocche dei figli.</p>
<p><a class="lightbox" title="17463031664cf63b40c9eaa-460x308" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=13513"><img class="alignleft size-medium wp-image-13513" title="17463031664cf63b40c9eaa-460x308" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/06/17463031664cf63b40c9eaa-460x308-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Un mondo che si illude, che si accontenta, che fugge, ma che soprattutto si porta tutto dietro e continua a sopravvivere, tornando alla vita normale e popolare della fila alla posta, al supermercato o anche per entrare in chiesa.</p>
<p>Anche<strong> Brunori Sas</strong> alias <strong>Dario Brunori</strong> è fuggito da Guardia Piemontese (Calabria), dove non c’era più niente da fare; non voleva cantare, contare né pregare. È fuggito, ma non se n’è mai andato, e sono le sue canzoni a raccontare tutto quello che ha visto, e che s’è portato via. Ti racconta le storie della sua vita, e altro ancora di gente per bene che può rappresentare la maggior parte degli italiani, che come lui hanno sbattuto la testa. Fiero (o almeno credo) di essere italiano, e ci piace così: semplice cantautore che non è altro.</p>
<p><strong>Brunori Sas riesce quasi ad ingannare</strong>, con quella montatura pesante e nera e quel baffo da ragioniere educato potrebbe trasmettere estrema sobrietà. Ma poi sul palco con la sua chitarra in braccio, riesce ad irrorare il pubblico di una carica sovrannaturale, e ti ritrovi nel bel mezzo del concerto a dondolare e sbattere sulla spalla del vicino che non conosci, sorridendo con quel fare un po’ stupido. Lui sale sul palco tranquillo, con le sue camicette improbabili e con l’aria un po’ timida; poi inizia a riscaldarti con un sorriso universale che si trasforma in energia, simpatia, quasi pazzia, ben espressa anche dal suo riprodurre perfettamente il verso della gallina (in <em>Animal Colletti)</em>.</p>
<p>Con <em>Vol. 2 Poveri Cristi</em>, ha superato a pieno &#8220;la prova del secondo album&#8221; ed è rimasto lui cantando ancora la storia di anime in pena, di anime che non avranno mai una resurrezione e che non troveranno mai le giuste attenzioni: lui, con la capacità di rendere nostri anche racconti, forse, d&#8217;altri tempi.</p>
<p>Il 15 giugno ha suonato a Roma, al festival <strong>Supersanto’s</strong> nel quartiere di San Lorenzo, e di fronte al cimitero del Verano ha detto che avrebbe duettato volentieri con una persona che si trova lì, con chiaro riferimento al suo conterraneo <strong>Rino Gaetano</strong>. Insomma, solo stima per un cantautore che non si è ancora montato e ti ringrazia con una stretta di mano per essere stata lì in prima fila, scatenata ad ascoltarlo delirare.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Brani vivamente consigliati: <em>Rosa;</em> <em>Fra milioni di stelle</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ludovica Angelini</em></p>
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