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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it</title>
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		<title>I giovani Wiener (a Roma)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 23:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangelo Pecoraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Auditorium]]></category>
		<category><![CDATA[John Corigliano]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Grubinger]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Jordan]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Cecilia]]></category>
		<category><![CDATA[Shostakovich]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione del Martin Grubinger Percussioni Show tenutosi il 30 gennaio all'Auditorium Parco della Musica di Roma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il radioso futuro della musica viennese transita, per poche sere, nella sala Santa Cecilia del maggiore auditorium romano e, in una sala invero non proprio stracolma (così lunedì 30, quando ho assistito), suscita <strong>grandissimi consensi e uno scroscio di applausi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Due i pezzi della serata per tre protagonisti. Il primo pezzo è <em>Conjurer</em>, concerto per percussioni e orchestra del compositore newyorchese <strong>John Corigliano</strong>, premio Oscar per la colonna sonora del film<em> The Red Violin</em>, autore delle musiche del film di Ken Russell <em>Stati di Allucinazione </em>nonché della <em>Sinfonia n. 1</em>, dedicata ad amici e amanti scomparsi a causa dell&#8217;AIDS, che gli è valsa il Grawemeyer Award ed è stata eseguita da più di 150 orchestre in tutto il mondo e incisa già due volte.</p>
<div id="attachment_9716" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Martin Grubinger" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9716"><img class="size-medium wp-image-9716" title="Martin Grubinger" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Martin-Grubinger-300x176.jpg" alt="Martin Grubinger" width="300" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Martin Grubinger</p></div>
<p style="text-align: justify;">Alle percussioni, a dare il titolo alla serata, il primo protagonista: <strong>Martin Grubinger</strong>, classe 1983, ragazzo prodigio già assunto in pianta stabile dai Wiener Philharmoniker e messo sotto contratto dalla Deutsche Grammophon, definito dal quotidiano tedesco <em>Die Welt </em>come &#8220;musicista che nasce una volta ogni cento anni&#8221;, riesce a passare con disinvoltura dalla marimba (sua grande specialità) allo xilofono, al tam tam, ai cembali, al vibrafono, ai tamburi, ai timpani, alle grancasse, ai rullanti, insomma a qualsiasi strumento con superficie percuotibile e non solo, visto che durante il bis si mette a suonare il pavimento del palco con i piedi, mentre con le mani, con le braccia e con la testa bacchetta un rullante tra acrobazie e risate. Prima del bis spiega, in perfetto inglese: «ogni tanto qualcuno mi chiede &#8220;ma quella che fai è musica?&#8221; e allora io rispondo sempre &#8220;no, è solo sport!&#8221;». A parte la simpatia, <strong>il giovane tiene praticamente appeso il pubblico a ogni singola nota</strong>, passando agilmente da soffici tocchi ovattati sui legni a ritmi frenetici sui metalli, per terminare con un sapiente uso di gomito, dita e gambe sulle pelli, nel movimento finale del Concerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo protagonista della serata è il Direttore, il non ancora quarantenne <strong>Philippe Jordan</strong>, Music Director dell&#8217;Opéra National de Paris a partire dalla stagione 2009/2010, alle spalle debutti al MET e alla Royal Opera House, un contratto di cinque anni già firmato per i Wiener Symphoniker a partire dal 2014. Dopo aver egregiamente diretto l&#8217;orchestra nel Concerto per percussioni, si cimenta nell&#8217;altalenante <em>Sinfonia n. 10 </em>di Shostakovich, descritta in questo modo nel libretto di presentazione dell&#8217;evento curato dall&#8217;auditorium: «eseguita per la prima volta nel dicembre del 1953, fu la testimonianza musicale del più libero clima culturale sovietico dopo la morte di Stalin avvenuta nel marzo di quell&#8217;anno».</p>
<div id="attachment_9717" class="wp-caption alignleft" style="width: 247px"><a class="lightbox" title="Philippe Jordan" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9717"><img class="size-medium wp-image-9717" title="Philippe Jordan" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Philippe-Jordan-237x300.jpg" alt="Il direttore Philippe Jordan" width="237" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il direttore Philippe Jordan</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Direttore riesce splendidamente nell&#8217;opera, complice il terzo protagonista della serata: <strong>l&#8217;orchestra dell&#8217;Accademia Nazionale di Santa Cecilia </strong>che negli ultimi anni, diretta con caparbietà dal Direttore stabile <strong>Antonio Pappano</strong> nonché rinvigorita grazie al robusto apporto di grandi direttori provenienti da  tutto il mondo, può ormai essere paragonata senza tema di sfigurare alle migliori e più blasonate orchestre europee.</p>
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		<title>La non ricorrenza</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Cerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[1967]]></category>
		<category><![CDATA[Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[il declino del Rock]]></category>
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		<category><![CDATA[rock]]></category>
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		<category><![CDATA[Syd Barret]]></category>

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		<description><![CDATA[Celebrare la non-ricorrenza del quarantacinquesimo anno dal primo album dei Pink floyd può voler dire interrogarsi su quello che il Rock propone negli anni 2000.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Spesso la celebrazione di una ricorrenza è una pratica solenne attraverso cui si vuole dare un peso simbolico alla memoria, agli anni che passano e che, nonostante tutto, non fanno che rinvigorire le emozioni e l’immagine che ci trasmette l’oggetto, la persona o la data storica che vengono celebrate; altre volte la tendenza a ricorrere alla magra consolazione del ricordo può portare un essere umano o un’intera società a celebrare anniversari improbabili, nel tentativo di non scordare il passato per non perdersi nel presente. Ma iniziare un discorso sulle ricorrenze è sicuramente un’impresa ardua, specie per chi, come me, propone un giudizio sulla loro celebrazione. Per questo limiterò il mio campo d’indagine alla musica Rock. Parlerò di una non-ricorrenza, o meglio di una semi-ricorrenza: quarantacinque anni dall’uscita del primo, grandissimo disco dei <strong>Pink Floyd</strong>, <em>The Piper at the Gates of the Dawn</em>, uscito nel 1967 e ancora oggi pietra miliare e punto fisso della storia del Rock mondiale.</p>
<p style="text-align: justify">Come già accennato nell’introduzione, ricorrere alla celebrazione del quarantacinquesimo anno da un avvenimento può essere una pratica forzata, perché si rischia di perdere di vista le cose buone che avvengono nel presente, per chiudersi nel ricordo. Ma a volte è proprio la realistica considerazione che il presente non rinnovi quanto di buono è già stato fatto, che costringe a cercare una luce nel passato, ed è sicuramente questa la motivazione che mi ha spinto a scrivere l’articolo che state leggendo. Le considerazioni sui vari gruppi o cantanti, che apporrò in questo articolo, intendono essere puramente storiche, senza nulla togliere ai gusti personali che ognuno può avere.</p>
<div id="attachment_9573" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="The Piper at the Gates of the Dawn" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9573"><img class="size-medium wp-image-9573" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/the-Piper-at-the-Gates-of-the-Dawn-300x300.jpg" alt="Copertina del primo album dei Pink floyd The Piper at the Gates of the Dawn, 1967." width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Copertina del primo album dei Pink floyd The Piper at the Gates of the Dawn, 1967.</p></div>
<p class="mceTemp">Se si guarda al panorama del rock internazionale degli anni duemila, si può subito intuire come la maggior parte dei gruppi che lo compongono (mi riferisco soltanto a quelli più in vista, che vengono proposti sui canali musicali e nelle radio) non siano altro che dei derivati o emuli dei grandi complessi che affollavano la scena Rock anni ’60 e ’70.</p>
<div class="mceTemp">Era il periodo, questo, in cui le band proponevano al pubblico messaggi contro la guerra, testi creativi e visionari, un sound caratteristico e nuovo in cui confluivano le atmosfere delle contestazioni studentesche (<strong>Bob Dylan </strong>e<strong> Joan Baez</strong>), l’eredità del Blues (i<span style="color: #000000"><strong> Doors </strong>e<strong> Jimi Hendrix</strong></span>, oltre che i <strong>Led Zeppelin</strong>), quella del Rock’n Roll (i <strong>Rolling Stones</strong> e i primi <strong>Beatles</strong>), la fantasia e l’amore per la musica sperimentale e strumentale (il progressive Rock inglese, oltre che i <strong>Pink Floyd</strong>), il fascino dell’ignoto e della paura (<strong>Black Sabbath</strong>) o dell’Oriente indiano (chitarristi come<strong> George Harrison </strong>e<strong> Brian Jones</strong> imbracciano il sitar, sotto la guida del maestro indiano <strong>Ravi Shankar</strong>). I temi qui troppo velocemente accennati, danno comunque un’idea della vivacità culturale che animava quegli anni in cui la spinta creativa sovrastava, o quanto meno si affiancava, agli interessi discografici.</div>
<div class="mceTemp">Restando su questo argomento, forse la nascita di nuove tendenze musicali, che è coincisa con il boom dei sintetizzatori e dei nuovi strumenti elettronici e che ha attratto il pubblico e le case discografiche, forse il fatto che il Rock ha già detto quello che doveva dire nei suoi più di sessant’anni di storia, o probabilmente l’effetto della globalizzazione che ha spinto le band ad adeguarsi sempre di più a ciò che il pubblico, e di conseguenza le case discografiche, volevano, sono state le cause della crisi che il Rock sta vivendo negli ultimi anni.</div>
<p style="text-align: justify">Se parlo di vera e propria crisi è perché non trovo nessun gruppo musicale Rock nato nei duemila che possa reggere il confronto con quelli già accennati. Basterà, infatti, pensare a band come gli<strong> Strokes</strong> (definiti gli eredi del Rock’n Roll), i <strong>Kasabian</strong>, gli <strong>Arctic Monkeys </strong>o i primi <strong>Killers</strong>, tutti collocati nel genere Indie Rock, che riprendono sicuramente il Rock anni ’60, non aggiungendo nulla e operando, invece, ad una scarnificazione musicale e testuale del genere appena citato.</p>
<div class="mceTemp">
<p class="wp-caption alignright" style="width: 240px"><a class="lightbox" title="Syd Barrett" href="http://www.letterefilosofia.it/2012/01/la-non-ricorrenza/syd-barrett/"><img class="size-medium wp-image-9646" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Syd-Barrett-230x300.jpg" alt="Syd Barret, leader dei Pink floyd dal 1965 al 1968. Abbandonò la band a causa di un esaurimento nervoso. Da allora il leader del gruppo diventò Roger Waters" width="230" height="300" /></a>Syd Barret, leader dei Pink floyd dal 1965 al 1968. Abbandonò la band a causa di un esaurimento nervoso. Da allora il leader del gruppo diventò Roger Waters</p>
</div>
<p class="mceTemp"> Potremmo parlare del Punk, genere inaugurato nel 1974 dai Ramones e che ha avuto un impatto fortissimo sulla storia del Rock  per i testi provocatori e il sound semplice ed esplosivo. Adesso possiamo ascoltare gruppi come<strong> Simple Plan </strong>o <strong>Good</strong><strong> Charlotte</strong>, diretti eredi del Pop Punk degli <strong>Offspring </strong>e i<strong> Green Day</strong>, che scrivono canzoni dai testi melensi e pseudo-nostalgici e dal sound morbido che nulla ha a che vedere con quello rapido e corrosivo dei loro antenati.</p>
<p style="text-align: justify">Degni di nota sono, invece, gli<strong> MGMT</strong>, che contaminano con originalità diversi generi, riprendendo i ritmi scanditi e leggeri del pop anni ’60 e le composizioni psichedeliche e dilatate di<strong> Pink Floyd </strong>e<strong> Genesis</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Un discorso a parte lo dedico ai gruppi come i <strong>Coldplay</strong>, dotati di un grande talento musicale, ma ultimamente criticati dagli stessi fan perché adeguatisi alle strategie economiche delle rispettive case discografiche, perdendo in parte o del tutto l’originalità e lo smalto degli esordi.</p>
<p style="text-align: justify">Il paragone che mi sono posto di fare tra due diversi momenti della storia del Rock si risolve, ovviamente, tutto a vantaggio del primo periodo. Tuttavia se la consolazione del ricordo, contrapposta ad una delusione nei confronti del presente, mi ha portato a celebrare un falso evento, non è per il mero gusto di criticare il presente a favore di un disco che ha fatto la storia, ma per riflettere e far riflettere su quello che è, adesso, il declino del Rock. Con la speranza che tale declino non culmini con la scomparsa di un genere che ha dato tanto alla storia del secondo novecento e alle generazioni che hanno vissuto quest’epoca, mi auguro che fra quarantacinque anni non occorra rifugiarsi nella celebrazione forzata di un evento; che non ci sia bisogno di festeggiare i novant’anni dal primo album dei Pink Floyd.</p>
<p style="text-align: right"><em><br />
</em></p>
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		<title>Quando il deus ex machina viene a mancare</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Buffalmasci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Atassia di Friedrich]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Feydeau]]></category>
		<category><![CDATA[Gofar]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Cocteau]]></category>
		<category><![CDATA[Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[Rapinantini Pantini Mantani]]></category>

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		<description><![CDATA[Breve inchiesta culturale sulla storia di una compagnia teatrale autogestita. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La scena culturale romana brulica di attori e compagnie teatrali brillanti, di qualità e con un certo seguito pur essendo estrazioni di nicchia o amatoriali. Di seguito la breve storia di una di queste compagnie, meritevole di essere raccontata per la prontezza dei suoi personaggi, capaci di scavalcare con leggiadria tutti gli intoppi sbucati fuori a compromettere la realizzazione dello spettacolo. Un piccolo ma emblematico esempio che può esortare a crederci sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>LA SFIDA &#8211; Rapinantini Pantini Mantani</strong> è il curioso nome scelto dal collettivo di questi giovani attori, i quali abbandonati dal loro regista nella stagione corrente per divergenze varie, si sono presi la briga di rifondare una compagnia e mettere ugualmente in scena uno spettacolo unicamente con le loro forze. <strong>Detto così suona come un&#8217;impresa biblica</strong> <strong>condotta da un pugno di prodi cavalieri.</strong> E sicuramente non si sta parlando di missioni impossibili. Tuttavia l&#8217;invito è a cogliere le vicissitudini di un gruppo di giovani (attori appassionati e per nulla disillusi) che, privati della loro unica e autorevole guida, un regista teatrale esperto e veterano, si sono reinventati factotum per sopperire alle difficoltà artistiche, economiche e gestionali del loro tanto caro progetto culturale. Così e come già detto, i <strong>Rapinantini</strong> si sono distaccati dalla più grande compagnia e associazione culturale <strong>Tuttinscena</strong> (che li conteneva), e fermi nella volontà di rimanere uniti (avrebbero potuto offrire singolarmente le loro prestazioni a qualche altra compagnia e per qualche altro spettacolo) hanno rinsaldato un collettivo e si sono attivati per portare in scena i frutti del loro lavoro. Insomma, <strong>fare lo spettacolo, e farlo tutti insieme. </strong></p>
<div id="attachment_9678" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a class="lightbox" title="392310_304305976272800_288665861170145_779200_2100812098_n" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9678"><img class="size-medium wp-image-9678" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/392310_304305976272800_288665861170145_779200_2100812098_n2-212x300.jpg" alt="Il primo spettacolo da Rapinantini" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il primo spettacolo da Rapinantini</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ostacolo più duro da scavalcare è stato indubbiamente quello economico. Anche riducendo al minimo i costi dell&#8217;impianto scenografico e quelli dei costumi, rimaneva da pagare l&#8217;affitto del teatro per una settimana intera, somma non indifferente e insaldabile tramite gli <strong>incassi dello spettacolo destinati ad essere devoluti in beneficenza all&#8217;associazione <a href="http://www.fa-petition.org/ita/gofar/gofar.html">Gofar</a>  (raccolta fondi per sostenere la ricerca di una cura alla malattia degenerativa <a href="http://www.atassiadifriedreich.it/it/">Atassia di Friedrich</a>).</strong> La ricerca di sponsor, tramite la formula del banner pubblicitario sulla locandina, è stata la soluzione per ovviare alle spese iniziali. Ed ha funzionato alla grande. Più di un negozio, tra cui un alimentari ed una pizzeria, ed anche un&#8217;agenzia di amministrazione condominiale hanno ritenuto proficuo e capace di aver seguito il loro progetto culturale, ed hanno accettato di finanziarli. Scelta azzeccata quella dei contribuenti in quanto i Rapinantini hanno avvalorato le chiacchiere (quelle di convincimento, la sana retorica per vendere un qualcosa insomma) con i fatti, riempendo il teatro con un <strong>“tutto esaurito”</strong> quasi per ognuna delle sei repliche e padroneggiando la scena in maniera ineccepibile.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>LO SPETTACOLO - </strong><em>Il Tacchino</em> di <strong>Georges Feydeau</strong> è stata la commedia che i Rapinantini hanno scelto di portare in scena nelle serate dal 19 al 22 gennaio al <a href="http://www.teatrotordinona.it/programma.html"><strong>Teatro Tordinona</strong> </a> dalla modesta platea ma anche dal palinsesto sempre vivo e scintillante. La decisione di <strong>un soggetto così frizzante e variegato, quasi un po&#8217; caotico,</strong> è stata dovuta soprattutto al fatto che con quel burlone di Feydau la compagnia dei Rapinantini aveva già avuto a che fare (recitando nelle scorse stagioni <em>Sarto per signora</em>, del medesimo autore). L&#8217;intreccio basato sul paradosso della vendetta coniugale, tradimento per tradimento come occhio per occhio, e reso confusionario dall&#8217;affluenza ed il frenetico via vai dei vari personaggi, è stato alleggerito e reso più fruibile dal particolare adattamento scenografico, totalmente rielaborato sulle idee di <strong>Ludovico Maltese</strong>, membro della compagnia nei panni di attore e regista. Eppure il dato davvero importante di questa piccola inchiesta culturale, quello sul quale si vuole insistere, è la collegialità con la quale i Rapinantini hanno saputo “servire” <em>Il Tacchino</em>. Perfettamente affiatati nel loro progetto autogestito, si sono divisi i compiti dalla composizione delle musiche (anche per ovviare alla spesa dei diritti SIAE), al design dell&#8217;apparato promozionale (con le suddette inserzioni pubblicitarie) sino alla genuina manovalanza nell&#8217;allestimento del proscenio: <strong>«abbiamo sperimentato il teatro artigianalmente» </strong>(ndr).</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9679" class="wp-caption alignright" style="width: 222px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a class="lightbox" title="220px-Georges_Feydeau" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9679"><img class="size-medium wp-image-9679" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/220px-Georges_Feydeau1-212x300.jpg" alt="Georges Feydeau" width="212" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Georges Feydeau</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Curiosa e per niente banale la resa della messinscena. Pur apportando singolari variazioni (vedi la scenografia) <strong>la compagnia ha saputo sfruttare al meglio la comicità di Feydau che trova il suo cardine nella fusione dei gesti e delle situazioni.</strong> Nell&#8217;opposizione della coppia centrale tra un marito impacciato e una moglie avida di lusinghe, ben si è collocato l&#8217;anti-situazionismo dei restanti personaggi, impegnati consapevolmente e non in una reazione a catena di incastri e pasticci grotteschi. Un climax piacevole che ha portato il pubblico dai sorrisi dei primi dialoghi alle fragorose risate delle scene più buffe, culminanti nel momento in cui il goffo <strong>Vatelin</strong> rimane in mutande al centro del palco. Il tutto attuato con puntualità dagli attori e senza scomporsi quasi mai. <strong>Un prodotto autodidatta mascherato davvero bene. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Di seguito gli interventi di due membri della compagnia: Ludovico Maltese (già citato) e Francesca Paolozzi.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Ciao Ludovico (attore e regista dello spettacolo), toglici la curiosità del nome della compagnia anzitutto. E magari qualche vostro precedente.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Decidere il nome della compagnia è stata una delle ultime cose che abbiamo fatto. Ma non è stato facile mettersi d&#8217;accordo. Abbiamo dovuto prendere una decisione quando Chiara Di Carmine, occupandosi della parte grafica, ha realizzato la locandina ed ha avuto quindi bisogno di una denominazione. Rapinantini pantini mantani è uscito quasi per scherzo, ma alla fine abbiamo optato per questo nome così strano, divertente e quasi impronunciabile. Deriva da una battuta di <em>Sarto per signora</em>, uno spettacolo (altra grande opera di Feydau) che abbiamo fatto due anni fa, ed era il nome di una malattia. È stato il primo vero testo che abbiamo affrontato quando ancora eravamo diretti dal nostro ex-regista Paolo Scotti. Con lui ci siamo cimentati in diversi generi: dal drammatico (con <em>Roma 1943, </em>esibizione con la quale abbiamo vinto una selezione per andare in tournèe a Bolzano) a Pirandello (<em>Questa sera si recita a soggetto</em>). Ci siamo sempre divertiti molto, ma mai avevamo intrapreso una cosa come quest&#8217;ultima, completamente autogestita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sovente è il topos che recitazione e regia cozzino, soprattutto se alle prime battute. Come ti sei trovato a svolgere il duplice ruolo di attore/regista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai creduto a questa cosa. Da studioso di cinema ho visto che molti registi hanno diretto e recitato i loro film; mi viene in mente Woody Allen come singolo esempio di una lunga serie. Naturalmente io non ho avuto la presunzione di fare con disinvoltura tutte e due le cose, mi sono fatto consigliare dagli altri per svolgere al meglio il mio ruolo, così come tutti hanno fatto con tutti del resto. La cosa importante che abbiamo fatto prima di cominciare a montare lo spettacolo, è stato lo studio che ognuno di noi ha fatto sul proprio personaggio, e la condivisione di idee e accorgimenti a riguardo. Montare le scene non è stato facile, ho dovuto ragionarci parecchio: volevo che i movimenti venissero in maniera più naturale possibile, e che quella meccanicità che nei precedenti spettacoli molte volte ci avevano rimproverato, sparisse il più possibile. Dai complimenti che abbiamo ricevuto posso dire che forse siamo riusciti anche in questo. <strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Anche l&#8217;adattamento scenografico è frutto di una tua singolare intuizione. Spiegaci in breve a quali esigenze risponde, perché e in che modo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;idea della scenografia è venuta quasi automaticamente. Volevo che l&#8217;ambiente fosse bello e accogliente, ma anche neutro, in modo da dare maggior risalto agli attori e quindi ai personaggi. Così l&#8217;ambientazione si riduce ad un salotto completamente arredato in bianco e nero: dal pavimento a scacchi alle pareti, al divano e persino i quadri.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9680" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a class="lightbox" title="422196_313443605359037_288665861170145_800304_991607755_n" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9680"><img class="size-medium wp-image-9680" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/422196_313443605359037_288665861170145_800304_991607755_n3-300x225.jpg" alt="«Volevo che la scenografia fosse bella e accogliente, ma anche neutra. »" width="300" height="225" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">«Volevo che la scenografia fosse bella e accogliente, ma anche neutra. »</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">I personaggi di contro sono vestiti con colori molto accesi, vivaci, e risaltano. Inoltre vista la trama parecchio articolata, ho voluto che indossassero vesti a coppie: marito e moglie dello stesso colore, stessa cosa per le due sorelle e per i due personaggi (per così dire) “più aperti”. È stata un&#8217;idea che è piaciuta un pò a tutti, e visivamente ha “fatto centro”, anche grazie al coordinamento delle luci a cura di Paolo Macioci.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Ciao Francesca (attrice), com&#8217;è stato passare dall&#8217;autorevolezza di un regista di una certa età a quella di un tuo coetaneo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, è stato interessante e molto difficile insieme. Da una parte il clima rilassato di amicizia permetteva a tutti quanti di esprimersi molto più liberamente, dall&#8217;altra si correva il rischio di non accettare le critiche e quindi essere poco costruttivi. Abbiamo sperimentato però come la collaborazione e lo spirito di gruppo riesca a fare grandi cose. Oltre alla direzione attenta di Ludovico, ognuno di noi si dava da fare dispensando consigli per ottimizzare la resa dello spettacolo.</p>
<p style="text-align: justify;"> «<strong>Il teatro era il suo vizio, e in esso egli riversava la sua umanità e la sua fantasia più folle». Così si esprime Jean Cocteau parlando di Feydeau. Nella vostra giovane compagnia c&#8217;è chi studia e chi lavora. Che significato ha per voi davvero il teatro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Il teatro è una magia. Provi per mesi uno spettacolo che sembra fare schifo e poi miracolosamente di fronte al pubblico tutto si sistema, e prende vita. A mio parere recitare è una gran fortuna; una possibilità di “vivere di più”, di aggiungere in qualche modo alla vita normale “la fantasia più folle” che hai dentro e vorresti urlare. Ti permette di dar sfogo e spazio ai sentimenti che spesso la società ti impone di contenere, cambiare o addirittura reprimere. <strong>E poi è divertimento allo stato puro:</strong> abbandonare ogni paura del giudizio degli altri e lasciarsi andare. Ovviamente poi tornare alla vita di tutti i giorni, senza applausi né risate, e aprire il libro a pagina 130 di Diritto Privato in un&#8217;angusta e asfissiante biblioteca diventa un&#8217;impresa ardua&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"> Salutiamo anche il resto della compagnia: <strong>Alessandro Torroni, Lorenzo Fiume, Valeria Sandulli, Benedetta San Mauro, Giulio Breglia, Elena Di Foggia, Cristiana Napolitano, Chiara Di Carmine, Maria Vittoria Marotti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Martone è un bravo ragazzo, nessuno lo può negar!</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 12:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Poroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Goliardica]]></category>
		<category><![CDATA[Provocazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Martone]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
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		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Commento alle argomentazioni del viceministro Martone: un ragazzo che espone le sue idee su formazione e lavoro con lo stesso garbato acume con cui si vanterebbe del suo BMW.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9612" class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><a class="lightbox" title="MArtone" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9612"><img class="size-full wp-image-9612" title="MArtone" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/MArtone.jpg" alt="Michele Martone mentre riceve i complimenti dalla famiglia per la recita di Natale" width="220" height="293" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Martone mentre riceve i complimenti dai parenti per la recita di Natale</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ieri il viceministro del lavoro Michele Martone ha dichiarato: «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato». Se sapete come la si pensa <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/02/perche-una-disciplina-umanistica/">da queste parti</a>, il giovane viceministro sembra un po&#8217; incappato in un paradosso: durante gli anni dell’università si beve, ci si diverte, si scopa, bene o male la si sfanga tra soldi e cibo; per questo <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/10/preparazione-al-dottorato/">è auspicabile rimandare la laurea</a> più in là possibile: anche perché dopo c’è il nulla. Ora, se &#8220;sfigato&#8221; è da intendersi con il significato di ‘fallito’: è più fallito chi passa gli anni dell’università sui libri, tappandosi le orecchie per non sentire la musica di sottofondo al trenino che stanno facendo, nudi, i coinquilini con delle amiche nell’altra stanza, per poi ritrovarsi subito nel mondo di fame, tragedia e disperazione del dopo-laurea; o è più fallito chi si laurea a 35 anni dopo aver provato 153 tipi di droghe diverse, aver girato 5 continenti spacciandosi ogni volta per Erasmus, aver trombato con 78 ragazze diverse da cui ha contratto 8 tipi di malattie veneree uscendone ogni volta più <em>forte </em>di prima? Niente, la regola di Martone non funziona: oddio, forse vale per gli ingegneri, ma allora avrebbe potuto anche non fare quell&#8217;inutile preambolo ipotetico e lasciare solo l’ultima parte come asserzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rendo conto che la mia argomentazione potrebbe passare come deresponsabilizzante e sbruffona, al limite del bullesco: bisogna studiare, per carità. In un paese in cui la preparazione e la competenza sono valorizzate rispetto ad amicizie e danaro, l’unica salvezza per emergere è lo studio matto e disperatissimo. Fare insomma come il viceministro, che si è distinto per un’eccelsa carriera accademica (a 29 anni professore ordinario, roba che ieri ho visto in facoltà un vecchio con un enfisema che sputava sangue provando a esultare per un assegno di ricerca) e ha dalla sua una marea di pubblicazioni. Però dico: ma sei scemo? <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-questo-e-il-giovane-al-governo/2172086">Sei il figlio di un giudice</a>, ex presidente dell&#8217;Authority scioperi, amico di Previti, vicino alla P3 di Verdini; insomma, sei ammanicatissimo e benestante, e ti metti a studiare, scrivere, fare il professore e poi il viceministro, per venire insultato da tutti per una frase del cazzo? Ma sarai più sfigato te?</p>
<div id="attachment_9615" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Beach Party" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9615"><img class="size-medium wp-image-9615" title="Beach Party" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Beach-Party-300x225.jpg" alt="Paolo, 32 anni, studente di Filosofia, ha capito il senso della vita e lo esporrà nella sua tesi di laurea" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo, 32 anni, studente di Filosofia, non ancora laureato: possiamo chiamarlo &quot;sfigato&quot;?</p></div>
<p style="text-align: justify;">Oddio, anche questa argomentazione potrebbe passare per cinica e un po’ vittimista, arriviamo al punto: la frase è una cazzata. E basta. Se il concetto era che non tutti devono fare per forza l’università, non l’ha reso. Se il concetto era che non è più un ambiente di formazione ma principalmente di passaggio/parcheggio, non l’ha reso. Insomma, non è solo un problema di forma: è la sparata, controproducente, di un bimbetto nato nel successo (quello in discesa però) che per bullarsi del proprio successo prova a far passare una propria posizione (anche legittima) con uno <em>gnegnegne</em> al posto di argomentazioni mature. Quindi, lasciando stare la stessa concezione del successo (successo che può materializzarsi non solo nell’articolo pubblicato, ma pure nell’aver provato il peyote), possiamo dire con certezza che sì, a 28 anni forse è meglio che tu abbia combinato qualcosa; e che sì, il tema (ovvero: che cazzo devono da fa&#8217; i giovani) che avrebbe voluto esprimere Martone è da affrontare. Bisogna vedere se un bimbo, che porta argomentazioni già portate <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/01/la-politica-del-lavoro-del-ministro-sacconi/">negli stessi termini in passato</a> (ovvero occupandosi delle ragioni private del singolo cittadino invece di organizzare le strade per farlo muovere meglio), sia il più adatto per affrontarlo.</p>
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		<title>Intervista al prof. Stefano Lepri</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 12:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Chiocchio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste ai professori]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria e Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Lepri]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista al prof. Stefano Lepri, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, specializzato in giornalismo economico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.chiarelettere.it/author/lepri-stefano/">Prof. Lepri</a>, docente di giornalismo economico e firma de <em>La Stampa</em>, lei ha detto più volte che per capire la politica sia necessario avvicinarsi all’economia. Nell’attuale situazione economica e politica attuale, quali sono le crude realtà che la “finanziaria Monti” destinerà ai giovani?<a class="lightbox" title="Mario-Monti" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9560"><img class="alignright size-medium wp-image-9560" title="Mario-Monti" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Mario-Monti-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La manovra del <strong>governo Monti</strong> è severa e comporterà per tutti delle rinunce. Ma è proprio per i giovani che vedo novità, se sarà attuata una <strong>riforma del mercato del lavoro</strong> capace di superare il precariato, con il “contratto unico” o “contratto prevalente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel suo libro <em>La finanziaria siamo noi</em>, parla spesso dei fondi destinati alla politica confrontandoli con quelle destinati alla società (sanità, cultura, università, servizi etc.). L’Italia preferisce secondo lei chiudere una biblioteca per mancanza di fondi ed acquistare Maserati per il ministero della Difesa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Può sicuramente avvenire. Nelle Forze Armate, anche senza essere pacifisti, si possono trovare <strong>sprechi enormi</strong>, celati da un potere difficile da penetrare anche per il Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A cosa si riferisce? Crede al potere delle lobbies bancarie o a poteri di altro tipo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dato che mi ha parlato di Maserati per i generali, ho risposto parlando del potere di un corpo separato dallo stato come le Forze Armate. Ma sono molti i gruppi di interesse o le consorterie annidate nello Stato. La difficoltà di rinnovare l&#8217;Italia è lì. La <strong>lobby bancaria esiste</strong>, difende i propri interessi, ma che questo sia il governo dei banchieri mi pare una <strong>solenne scemenza</strong>. Casomai la debolezza di Monti, l&#8217;ho scritto e l&#8217;hanno scritto anche altri, è che debba servirsi di una <strong>burocrazia strettamente intrecciata alla politica</strong> e alle corporazioni.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9561" class="wp-caption alignright" style="width: 110px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a class="lightbox" title="AuthorPicture_mini" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9561"><img class="size-full wp-image-9561" title="AuthorPicture_mini" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/AuthorPicture_mini1.jpg" alt="Il prof. Stefano Lepri" width="100" height="136" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Il prof. Stefano Lepri</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si possono conciliare le <em>humanae litterae</em> con il denaro? Può la cultura ritornare risorsa economica per questo paese? Ci sono soluzioni di altri paese che possono far riflettere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i paesi avanzati pensano che per costruire un futuro migliore occorra una <strong>istruzione migliore</strong>. Il dramma è che il nostro sistema economico, invecchiato, stenta ad assorbire perfino i pochi laureati che abbiamo rispetto agli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insegnamento del giornalismo: ogni anno pare che in questa facoltà ci siano sempre meno docenti di giornalismo a cui viene rinnovato il contratto. La Sapienza non crede abbastanza nel giornalismo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Sapienza non riesce a stabilire priorità precise in questo come in altri casi. Il corso di <strong>Editoria e Scrittura</strong> peraltro soffre di <strong>non essere riconosciuto</strong> dalle strutture corporative che sbarrano l’accesso al giornalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quale motivo il corso di Editoria e Scrittura non prevede alcun tirocinio formativo o stages presso redazioni e perché non ha alcun tipo di riconoscimento? Dovrebbe essere scontato che un cdl specialistico in editoria nella facoltà umanistica più grande d&#8217;Europa abbia qualche riconoscimento o sostegno dallo Stato o con la creazione di un giornale di facoltà, come lo è Letterefilosofia.it ma senza alcuna veste ufficiale, che possa fungere da laboratorio e palestra per le giovani leve giornalistiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="5819889-giornale-di-affari-e-denaro" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9559"><img class="alignright size-medium wp-image-9559" title="5819889-giornale-di-affari-e-denaro" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/5819889-giornale-di-affari-e-denaro1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non è previsto nulla perché tutto ciò non è riuscito a penetrare nella chiusura corporativa dell&#8217;Ordine dei giornalisti. D&#8217;altra parte se fosse riconosciuto, dovrebbe essere molto <strong>più selettivo</strong> di quanto sia attualmente. Un ostacolo materiale ad accordi per stage o tirocinii è appunto che i <strong>nostri studenti sono numerosi</strong>. Realisticamente, il tirocinio formativo sarebbe forse meglio collegato a un master che a una laurea specialistica. Il <strong>giornale di facoltà sarebbe un&#8217;ottima idea</strong>. Però occorrerebbe <strong>pagare</strong> qualcuno che se ne occupi.</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: tahoma;"><br />
</span></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il ruolo del giornalismo in questo paese? Come si pone nei confronti degli ordini regionali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente, caso raro tra i giornalisti, sono favorevole ad <strong>abolire l’ordine professionale</strong>; d’altra parte ormai sono così tanti i precari che è stato svuotato dall’interno. Costituirei invece un organo indipendente, non di sola autodisciplina interna dunque, per verificare che sia rispettata la <strong>deontologia professionale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo lei, come sosteneva Montanelli, tra il giornalista e la politica deve esserci una distanza di sicurezza? Pensa che oggi la <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/10/per-esempio-unutopia/">deontologia giornalistica</a> sia seriamente a </strong><strong>rischio?</strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9557" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a class="lightbox" title="biagi-montanelli" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9557"><img class="size-medium wp-image-9557" title="biagi-montanelli" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/biagi-montanelli-300x228.jpg" alt="Enzo Biagi e Indro Montanelli, due &quot;simboli&quot; del giornalismo italiano." width="300" height="228" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Enzo Biagi e Indro Montanelli, due &#8220;simboli&#8221; del giornalismo italiano.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Sì, deve esserci una distanza di sicurezza. In generale la <strong>faziosità</strong> svergognata di alcuni favorisce la sciatteria dei più. Inoltre la <strong>Carta dei doveri dell’informazione economica</strong>, che già esiste, contiene i principi giusti, ma andrebbe resa più precisa e stringente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i giovani aspiranti giornalisti molto spesso si sentono storie di giovani sfruttati in redazioni medio-piccole, di persone che pur di pubblicare lavorano gratis per un giornale o che addirittura si pagano “il pezzo” da sole. Secondo lei fa parte del “gioco” o ci sono mezzi per tutelarsi in tal senso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I mezzi giuridici per tutelarsi ci sarebbero, ma i giovani che desiderano diventare giornalisti sono talmente tanti rispetto ai posti disponibili che hanno paura ad usarli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’università italiana uscirà dalla crisi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Temo di no, senza un grosso scossone dall’esterno. Il processo di selezione dei docenti è disastroso, <strong>privilegia amicizie o parentele</strong> e scambi di favori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa consiglia a dei giovani studenti che vogliono intraprendere il mestiere di giornalista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di <strong>studiare molto</strong>. La concorrenza è feroce, ma nel giornalismo il merito non può essere disconosciuto del tutto. Ci sono talmente tanti incompetenti in giro che <strong>se si è molto preparati si può farcela</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiudendo: quali sono le sue passioni extra-accademiche? Letture preferite, film, registi, musica, sport…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggo molta letteratura del ’900 e contemporanea, soprattutto quella che attraverso le storie delle persone riesce a descrivere un’epoca. Mi piacciono la musica classica e il <strong>rock</strong> dei miei tempi, ovvero degli anni ’60 e ’70. Al cinema vado poco; ero un fan di <strong>Woody Allen</strong> nel suo periodo migliore. Vado in bicicletta, nuoto, scio; nessuno sport di squadra.</p>
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		<title>Shame di Steve McQueen</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 12:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sarli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carey Mulligam]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Fassbender]]></category>
		<category><![CDATA[Shame]]></category>
		<category><![CDATA[Steve McQueen]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Shame, nuovo film del regista Steve McQueen: storia di un erotomane in cammino sulla strada per l’espiazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a class="lightbox" title="Michael Fassbender" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9528"><img class="alignleft size-medium wp-image-9528" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/ht_michael_fassbender_shame_jef_111201_wg1-300x168.jpg" alt="" width="270" height="151" /></a><em>Shame</em>, vergogna: questo l’emblematico titolo del nuovo film del regista britannico <strong>Steve McQueen</strong> (solo omonimia con il popolare attore), che vede protagonista nientemeno che un erotomane in cammino sulla strada per l’espiazione. Con una simile trama era inevitabile che quest’opera venisse additata come film-scandalo. Di scandaloso in realtà c’è ben poco, considerando che siamo abituati a vedere corpi nudi ogni giorno utilizzati per promuovere qualsiasi cosa: quello che colpisce è, anzi, quanto poco l’erotismo sia presente in una storia del genere, fatto inaspettato, considerate le premesse; ma il protagonista effettivamente non è Don Giovanni, non è interessato alla seduzione, ma solo al sesso come atto pratico e materiale, è un uomo malato, racchiuso nella sua solitudine, nella sua incapacità di chiedere aiuto e nella sua, appunto, “vergogna”.</p>
<p>Brandon (<strong>Michael Fassbender</strong>) è un trentacinquenne di bell’aspetto, vive a Manhattan, ha una bella casa, una carriera brillante; nessuno sospetterebbe che dietro questa facciata perfetta si nasconda in realtà un uomo affetto da una dipendenza compulsiva da sesso, che lo porta a vivere in solitudine, sfogando i suoi bisogni tra masturbazioni continue, siti porno e rapporti occasionali con prostitute o sconosciute abbordate nei bar, poco importa. Le cose vanno avanti così finché nell’appartamento non piomba Sissy (<strong>Carey Mulligam</strong>),  squinternata cantante sorella del protagonista.  Anche lei problematica, ma in senso opposto rispetto al fratello: incapace di stare sola e bisognosa di affetto, che ricerca in chiunque senza mai essere ricambiata e, al contrario di Brandon, tutt’altro che restia a chiedere aiuto al fratellone. Il nostro rimane però indifferente alle richieste e ai bisogni della sorella, sentendosi piuttosto soffocare dalla sua presenza e non riuscendo ad abbattere il muro di solitudine che si è costruito attorno; ma le cose lo costringeranno ben presto ad affrontare sé stesso.</p>
<p>Una trama sicuramente interessante quella di <em>Shame</em>, secondo lavoro del regista McQueen dopo l’acclamato <em>Hunger</em> (2008). <strong>A conferire notevole valore aggiunto sono i due attori principali</strong>: Michael Fassbender, artista poliedrico considerati i suoi precedenti ruoli, che spaziano dallo psicanalista Jung al cattivo degli X-Men Magneto, è bravissimo e intenso, non si tira indietro davanti a nulla (rimarrà celebre il suo nudo frontale) e per la sua considerevole prova d’attore si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al Festival di Venezia 2011. Non da meno Carey Mulligam, che si conferma un’attrice emergente sicuramente molto interessante, da cult la sua <em>New York New York</em> cantata in modo struggente, forse unico momento del film che riesce a spezzare l’<strong>oggettività disarmante </strong>di questa pellicola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="lightbox" title="Carey Mulligan e Michael Fassbender, nel film i due fratelli Sissy e Brandon" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9529"><img class="alignright size-medium wp-image-9529" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/6a00d8341c630a53ef015391509925970b-500wi-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Infatti, se la storia drammatica di quest’uomo si snoda attraverso un percorso difficile e sofferto, il film è tuttavia per buona parte fermo, raggelante, non riesce a farsi portavoce della carica emozionale che dovrebbe accompagnare le vicende di un personaggio così complesso e problematico. Lo spettatore, che non è portato a schierarsi dalla parte di Brandon né contro di lui, è prima di tutto un <em>vojeur </em>(lo è sempre, d’accordo; ma in questo film particolarmente), che si limita a spiare le mosse del protagonista, il quale si aggira per una New York algida ed estraniante, tutta vetro e acciaio, pullulante di potenziali “prede” ma in realtà cornice perfetta della terribile solitudine del protagonista.  La fotografia è curatissima, così come la colonna sonora, e <strong>le riprese sono stilisticamente ineccepibili: </strong>ma la loro bellezza è come congelata nella stessa<strong> freddezza che caratterizza tutto il film, </strong>che non riesce ad adeguarsi al dolore e alla disperazione che il protagonista dovrebbe nascondere dentro sé stesso.  Altrettanto sospeso potrebbe essere (e rimanere) il giudizio sul comportamento di Brandon, il quale non viene mai giudicato per le sue azioni, se non fosse per la scena finale, ambigua, in cui il nostro personaggio, arrivato al culmine della sua personalissima discesa agli inferi e ormai divorato dal rimorso, sembra deciso a voler dare una svolta alla sua vita; ma come fare? Non lo sappiamo, e non sappiamo neanche se ce la farà, ma l’impressione, il “retrogusto” che ci lascia l’ultima sequenza sembra suggerire una presa di posizione rispetto a questo personaggio forse addirittura moralista. Insomma, <em>Shame</em> è un film che farà discutere e che dividerà consensi e che comunque, se non altro per il coraggio del soggetto e per la bravura degli interpreti, farà parlare di sé in positivo. E per il resto, non rimane che andarlo a vedere.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stop ai progetti del Servizio Civile: 10481 giovani nell’incertezza</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 14:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Chiocchio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<category><![CDATA[Servizio Civile Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[Clamorosa decisione del tribunale di Milano: stop ai progetti in partenza del Servizio Civile Nazionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il principio di questo 2012 è stato sicuramente uggioso per la maggior parte dei giovani italiani. Tra <strong>manovre finanziare</strong> e future <strong>pensioni</strong> che si allontanano a vista d’occhio il 2011 ci ha salutato col maltempo. Ecco un altro lampo a ciel già non sereno per le giovani generazioni italiane.<a class="lightbox" title="686" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9545"><img class="alignright size-medium wp-image-9545" title="686" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/6861-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a><br />
Se trovare un lavoro è diventato quanto mai proibitivo, le speranze di molti giovani italiani si riversano sulla partecipazione ai progetti del <strong>Servizio Civile Nazionale</strong>, retribuiti tutti allo stesso modo (433,80 euro mensili) e dalla durata di 12 mesi, per un numero di ore che è variato negli ultimi anni da 1400 a 1200.</p>
<p>Così doveva essere anche quest&#8217;anno, ma al momento <strong>è tutto sospeso</strong>. Da ieri una <a title="avviso sospensione scn" href="http://www.serviziocivile.gov.it/News/SchedaNews.aspx?idNews=206835&amp;Section=31&amp;smartCommand=show">nota pubblicata</a> sotto la voce &#8220;avvisi&#8221; del <a href="http://www.serviziocivile.gov.it/Default.aspx">sito</a> del Servizio Civile Nazionale allerta e preoccupa migliaia di giovani italiani.<br />
Nella nota si spiega come il tribunale di Milano, con l’ordinanza n. 15243/11RG del 9/1/2012, dichiara <strong>discriminatoria</strong> la richiesta, presente nell&#8217;art. 3 del bando, della <strong>cittadinanza italiana come requisito di ammissione</strong>.</p>
<div id="attachment_9543" class="wp-caption alignright" style="width: 492px"><a class="lightbox" title="tribunale-milano" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9543"><img class="size-full wp-image-9543" title="tribunale-milano" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/tribunale-milano.jpg" alt="Il tribunale di Milano" width="482" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il tribunale di Milano</p></div>
<p>Risultato? <strong>Selezioni bloccate ed obbligo di modificare il bando</strong> e consentire l&#8217;accesso al bando agli stranieri che risiedono legalmente in Italia e stabilire un nuovo termine per la consegna delle domande.</p>
<p>In una nota il direttore vicario del Scn dott. <strong>Paolo Molinari</strong> assicura che verranno adottate « tutte le misure ritenute più opportune al fine di limitare i disagi agli enti ed ai giovani derivanti dalla situazione venutasi a determinare con la pronuncia giurisdizionale in argomento».</p>
<p>Ovviamente se tutto sarà davvero da rifare i disagi saranno non pochi, soprattutto per chi magari ha scelto di partecipare a progetti del servizio civile nazionale previsti in regioni diverse dalla propria residenza. A questo punto bisognerà aspettare e capire come verranno prese in considerazione le domande di coloro che risultano già vincitori.</p>
<p>Il motivo scatenante di questa decisione è stato il <strong>ricorso</strong> presentato da <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_gennaio_12/pakistano-servizio-civile-sentenza-1902835448018.shtml">Syed Shahzad</a>, 26 enne di origine pakistana ma residente a Milano dall&#8217;età di 3 anni, poiché non avendo ancora la cittadinanza italiana gli è stata negata la partecipazione al progetto di volontariato presso la <strong>Caritas</strong>.</p>
<p><strong>Non spetta a noi</strong> dire se il motivo del blocco sia giusto o meno. Quello che però fa riflettere è che un bando emesso da un ente governativo non abbia previsto, in una società multietnica e diretta verso la globalizzazione, casi simili.</p>
<p>Ogni anno migliaia di giovani tentanto di &#8220;tamponare&#8221; quella grande voragine problematica che in Italia è la <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/01/la-politica-del-lavoro-del-ministro-sacconi/"><strong>disoccupazione giovanile</strong></a> nei modi più disparati e tra le diverse soluzioni ci sono anche i progetti del servizio civile, ideati per avviare giovani (massimo 28 anni) al volontariato. Progetti che sicuramente offrono al volontario <strong>esperienze formative</strong> a livello umano, sociale e culturale, senza considerare che arricchisce il curriculum e dà punteggi ulteriori in sede di concorsi.</p>
<p>Secondo i <a href="http://www.serviziocivile.gov.it/Contenuti/?PageID=289">dati messi a disposizione</a> dal sito del Scn, i volontari sono destinati soprattutto al settore dell&#8217;<strong>assistenza</strong> (61%). Il secondo settore che riceve più volontari è quello dell&#8217;educazione e promozione culturale (23,52%). A seguire il settore del patrimonio artistico e culturale (11,19%), protezione civile (2,59%) e ambiente (1,51%).</p>
<p>Col passare degli anni il numero di progetti e il <a href="http://www.serviziocivile.gov.it/Contenuti/?PageID=290">numero di volontari</a> richiesti è <strong>diminuito sensibilmente</strong>: i volontari avviati nel 2009 sono stati ben 30377, mentre nel 2010 solo 19412, quasi il doppio rispetto però ai 10481 previsti dal bando pubblicato il 20/09/2011.<a class="lightbox" title="sw2" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9546"><img class="alignright size-medium wp-image-9546" title="sw2" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/sw2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Ulteriori ritardi, ulteriori polemiche, ulteriore motivo di sconforto per gli aspiranti volontari che si vedono sfilare dalle mani la possibilità di lavorare, seppur per un solo anno; così come tutte le persone e gli enti <strong>bisognosi di assistenza</strong> a cui sono destinati i volontari si scontrano con un inaspettato ritardo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>J. Edgar di Clint Eastwood</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 16:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Buffalmasci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione di J.Edgar, nuovo film di Clint Eastwood.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da ormai una settimana l&#8217;ennesimo ritorno del vecchio <strong>Clint</strong> è nelle sale. Ennesimo perché il regista di San Francisco non sembra mai averne abbastanza, e questo suo 34esimo lavoro di regia ne è la prova inconfutabile. Così dopo <em>Hereafter</em> (2010), è la volta di <em>J. Edgar</em>. Cosa stia cercando di tracciare questo veterano del cinema hollywoodiano è ancora tutto da scoprire. <em>Gran Torino</em>, infatti, era sembrato una specie di testamento artistico, un addio al cinema da parte di Clint attore, e forse anche regista, vista la bellezza della perla che era riuscito a sfornare. E invece da regista ha voluto riproporsi, ancora e ancora. Ma controversi sono stati i giudizi sui suoi ultimi lavori: di certo e unanimemente approvato c&#8217;è il fatto che si sia affidato a due professionisti di massima caratura come <strong>Matt Damon</strong> (<em>Hereafter</em>) e <strong>Leonardo Di Caprio</strong> (<em>J. Edgar</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><a class="lightbox" title="jedgar_533" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9501"><img class="alignleft size-medium wp-image-9501" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/jedgar_533-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a>Già ventiquattro ore dopo l&#8217;uscita in sala di <em>J. Edgar</em>, i cinefili hanno sperperato le loro impressioni, dividendosi generalmente in due filoni: coloro che non hanno digerito i ritmi compassati del film e che ci hanno visto un melanconico sentimento reazionario e repubblicano da parte del regista; e coloro i quali invece lo hanno apprezzato in quanto spaccato esistenzialista (più che politico) di un personaggio storico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Meglio schierarsi con <a href="http://pietrosalvatori.com/2012/01/08/un-lungo-post-su-j-edgar-e-altre-cose/">i secondi</a>: <strong>fuori dal racconto della tormentata esistenza di un uomo</strong>, si percepisce al massimo la tragica dicotomia del sogno americano, spaccato a metà tra genuina libertà e ferrea costrizione. Ma non certo un&#8217;indagine sui disegni politici che caratterizzarono gli Stati Uniti dalle guerre mondiali fino ad oggi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"> <span style="font-size: small;">Siamo nell&#8217;America degli anni &#8217;20. <strong>John Edgar Hoover</strong> (Leonardo Di Caprio) <strong>è un giovane intraprendente di famiglia borghese</strong>, destinato a diventare da diligente funzionario statale a vertice operativo del bureau federale per oltre mezzo secolo. L&#8217;educazione conservatrice e inflessibile per la quale egli è praticamente fagocitato da una madre castrante e impassibile (<strong>Judi Dench</strong>, caratterista ineccepibile come al solito), canalizza tutti i suoi sforzi nell&#8217;arduo ma indeclinabile cammino verso l&#8217;autoaffermazione personale nel proprio lavoro, compensazione consapevole di una vita di privazioni. Così la creazione di un forte organo di polizia federale ed il suo continuo ammodernamento (armamenti all&#8217;avanguardia, catalogazione e analisi scientifica delle prove, scrematura e reclutamento metodico dello staff&#8230;) sono il biglietto da visita con il quale il giovane Edgar si fa strada nel dipartimento di giustizia. Ma dietro un pioniere delle agenzie investigative, si nasconde, e neanche troppo bene, un ragazzo frustrato e tragicamente impegnato nel vano tentativo di soffocare le sue pulsioni omosessuali. Respinto dalla sua segretaria <strong>Helen Gandy</strong> (<strong>Naomi Watts</strong>), patetico tentativo di rimuovere i suoi impulsi, Edgar Hoover si lascia andare in una velata storia d&#8217;amore col suo collega e braccio destro <strong>Clyde Tolson</strong> (un credibilissimo <strong>Armie Hammer</strong>) sullo sfondo di un&#8217;esasperata lotta alla minaccia bolscevica e contro i malavitosi che infestano la sua patria. Tutto lo spaccato descritto, e in particolar modo il rapporto sentimentale vittima di un&#8217; amara auto-censura, è lo stesso Edgar a raccontarcelo, invecchiato e claudicante dal suo studio ormai ridotto a museo di rappresentanza. In una successione di presente e passato, si alternano il giovane direttore del bureau in azione ed il vecchio Hoover, <strong>nostalgico narratore nella ormai piena consapevolezza di ciò che non è mai stato.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">La pellicola deve probabilmente fare i conti con alcune debolezze, tra cui la ridondanza di certi dialoghi e la parziale mancanza di sfumature tra gli stessi. Molto discusso è stato l&#8217;utilizzo del trucco per invecchiare i tre personaggi che raccontano l&#8217;intreccio (Edgar, Tolson e Gandy), forse </span><span style="font-size: small;">eccessivamente </span><span style="font-size: small;">marcato .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Classica la messinscena, come sempre nei film del vecchio Clint. La fotografia nitida, e sbiadita in alcuni frangenti, ricorda lo stesso gioco di luci impiegato in <em>Changeling</em> (2008), volto alla resa di una successione temporale in un&#8217;epoca decisamente già vissuta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Puntuale e inappuntabile è invece l&#8217;esecuzione di Di Caprio che come sempre riesce a porre l&#8217;interpretazione dinnanzi alla recitazione, arrivando prepotentemente al pubblico con la sua mimica facciale. Il suo Hoover è il dramma di chi si fa forza evadendo nella beatificazione nostalgica del proprio passato, ma al tempo stesso lo riconosce e lo sconsacra in quanto falso e artificiosamente costruito, <strong>e prende consapevolezza di sé con una dignità che fa spavento: «distruggo tutto ciò che amo». </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Certamente è stata confutata  l&#8217;ipotesi, ventilata prima dell&#8217;uscita nelle sale, di un film storico alla <strong>Scorsese</strong> o alla <strong>Scott</strong>, in favore del dramma di un uomo, sia pur storicizzato in una figura realmente esistita. </span><span style="font-size: small;"><strong>Sergio Leone</strong> diceva dell&#8217;Eastwood attore <strong>«ha soltanto due espressioni: col sigaro e senza»</strong>. Simpaticissima affermazione che tuttavia cozza con l&#8217;Eastwood regista, decisamente più versatile sia pur nella classicità della sua messinscena.</span></p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9502" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a class="lightbox" title="Clint-Eastwood" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9502"><img class="size-medium wp-image-9502" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Clint-Eastwood-300x225.jpg" alt="Il vecchio Clint" width="300" height="225" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Il vecchio Clint</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Un ultimo appunto su quanti hanno messo in discussione la fruibilità del film a causa della sua “lentezza”: il cinema è una macchina (di finzione) e, in quanto tale, sarebbe forzoso bypassare le marce basse solo al fine di assecondare quest&#8217;epoca che canonizza i ritmi veloci. </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Neve, balocchi e confetti: Lo Schiaccianoci  all’Opera di Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 12:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli teatrali]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandre Dumas padre]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Savi]]></category>
		<category><![CDATA[celesta]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Theodor Amadeus Hoffmann]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Aleksandrovič Vsevolojskij]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Schiaccianoci]]></category>
		<category><![CDATA[Marius Petipa]]></category>
		<category><![CDATA[Nir Kabaretti]]></category>
		<category><![CDATA[Pëtr Il’ič Čajkovskij]]></category>
		<category><![CDATA[Slawa Muchamedow]]></category>

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		<description><![CDATA[Stefano Ceccarelli recensisce lo Schiaccianoci messo in scena all'Opera di Roma in periodo natalizio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="DSCN0083" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9432"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9432" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSCN0083-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Si balla all’Opera di Roma forse il balletto più natalizio che ci sia: <em>Lo Schiaccianoci</em> di <strong>Pëtr Il’ič Čajkovskij</strong>. La prima si è avuta il 20 dicembre &#8211; una serata di beneficenza per Anlaids, con lo scopo di raccogliere proventi in favore della lotta contro HIV/AIDS &#8211; con repliche il 21, 22, 23, 24 (la mattina), 27, 28, 29 e 30. È una tradizione oramai consolidata, almeno fin al 1991, da quando viene eseguito spessissimo, privilegiando anche diverse versioni.</p>
<div id="attachment_9433" class="wp-caption alignright" style="width: 201px"><a class="lightbox" title="I. A. Vsevoloskij, figurino del costume per la danza delle Caramelle. Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892." href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9433"><img class="size-medium wp-image-9433" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/260px-Vzevolozhskys_costume_sketch_for_Nutcracker-191x300.jpg" alt="I. A. Vsevoloskij, figurino del costume per la danza delle Caramelle. Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892." width="191" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">I. A. Vsevoloskij, figurino del costume per la danza delle Caramelle. Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892.</p></div>
<p>Terzo e ultimo capolavoro delle musiche da ballo di Čajkovskij, <em>Lo Schiaccianoci</em><em> </em>ebbe la sua prima rappresentazione ai Teatri Imperiali di San Pietroburgo il 6-18 dicembre 1892 (secondo il calendario ortodosso, per noi i primi di gennaio 1893) per opera del suo impresario <strong>Ivan Aleksandrovič Vsevolojskij</strong>, che propose il soggetto di una favola di <strong>Ernst Theodor Amadeus Hoffmann</strong>, <em>Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi</em><em> </em>(<em>Der Nüssknacker und der Mausekönig</em>), nella versione edulcorata di <strong>Alexandre Dumas padre</strong>, priva di alcuni elementi di Hoffmann giudicati eccessivamente cruenti. Vsevolojskij sceglie quello che forse all’epoca era il musicista russo più dotato e affermato; aveva inoltre già commissionato a Čajkovskij sia <em>Il lago dei cigni</em> - con un esito infelice alla prima moscovita del 1877; si dovrà aspettare il 1895 per decretare la fama immortale che tutt’oggi ammanta quest’opera, nell’immaginario comune il principe dei balletti &#8211; che <em>La bella addormentata nel bosco</em>, il primo grande successo del russo nel campo del balletto (1890). L’iniziale titubanza del compositore dovuta alla complessità e a tratti incongruenza della storia fu superata grazie alla struttura drammaturgica di cui fu artefice il coreografo <strong>Marius Petipa</strong>, storico collaboratore di Čajkovskij. Il progetto del coreografo prevedeva due grandi <em>tableaux</em>: uno avrebbe rappresentato la festa di Natale a casa del Consigliere Stahlbaum, dove il consigliere e mago Drosselmeyer regala alla figlia di Stahbaum, Clara, una sorta di schiaccianoci incantato, e l’altro una distesa di neve con in lontananza un villaggio e la reggia della Fata Confetto. L’indisposizione di Petipa &#8211; sostituito da Kostantin Ivanov &#8211; a poco tempo dalla prima decretò un successo pacato, nonostante alcune innovazioni di tipo musicale, come l’uso, nella <em>Danza della Fata Confetto</em> (<em>variation</em> 2, n. 14) della neonata (1886) <strong>celesta</strong>, strumento a tastiera con percussione di piastre d’acciaio inventato a Parigi da A. Mustel; così ebbe a scrivere lo stesso compositore: “un successo di stima che non mi ha dato molta gioia. Le scene sono ricche, tuttavia senza l’indisposizione di Petipa, la coreografia sarebbe stata più bella”. Quando la <em>Suite sinfonica</em> venne eseguita alla Società Musicale Russa di San Pietroburgo diverso tempo prima della messinscena (19 marzo) fu un autentico trionfo, lo stesso che poco tempo dopo la prima del balletto avrebbe arriso anche alla messinscena, consegnando all’immortalità questo capolavoro.</p>
<div id="attachment_9434" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="K. Ivanov, bozzetto per la prima rappresentazione al Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9434"><img class="size-medium wp-image-9434" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Nutcracker_design-300x195.jpg" alt="K. Ivanov, bozzetto per la prima rappresentazione al Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892" width="300" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">K. Ivanov, bozzetto per la prima rappresentazione al Teatro Marijinskij, San Pietroburgo, 1892</p></div>
<div id="attachment_9435" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Parte del corpo di ballo dei bambini e il coro di voci bianche prendono gli applausi del pubblico" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9435"><img class="size-medium wp-image-9435" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSCN0091-300x225.jpg" alt="Parte del corpo di ballo dei bambini e il coro di voci bianche prendono gli applausi del pubblico" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Parte del corpo di ballo dei bambini e il coro di voci bianche prendono gli applausi del pubblico</p></div>
<p>Le coreografie sono state preparate da <strong>Slawa Muchamedow</strong>, erede della tradizione del balletto russo, su quelle di Petipa. Il personaggio di Clara bambina è stato interpretato da <strong>Giulia Milesi</strong><strong> </strong>(20, 21, 28, 29, 30),<strong> </strong><strong>Sofia Pagani</strong><strong> </strong>(22, 23) e<strong> </strong><strong>Camilla Mancuso </strong>(24, 27): la Mancuso mostra una certa grazia e doti di attrice. Drosselmeyer è <strong>Manuel Parruccini</strong><strong> </strong>(20, 21, 28, 29, 30) alternato con <strong>Mauro Murri</strong><strong> </strong>(22, 23, 24, 27): Murri è buon attore e mimo, meno propriamente ballerino, ben adattandosi al ruolo del mago. Il principe Schiaccianoci è ballato da <strong>Anton Bogov</strong><strong> </strong>(20, 21, 28, 29, 30), <strong>Alessio Rezza</strong> (22, 23) e <strong>Giuseppe Depalo</strong> (24, 27); Depalo palesa precisione e una linea pulita, distinguendosi nella sua <em>variation 1</em><em> </em>(<em>Tempo di Tarantella</em>), nel <em>Pas de deux</em><em> </em>(n. 14) del II atto e nella scena del combattimento col Re dei Topi. <strong>Gaia Straccamore</strong><strong> </strong>(20, 21, 28), <strong>Alessia Gay</strong> (22, 23), <strong>Rebecca Bianchi</strong><strong> </strong>(24, 27) e <strong>Alessandra Amato</strong><strong> </strong>(29, 30) interpretano la Clara del sogno, da grande; la Bianchi è una buona Clara, sente la musica e conferisce un certo spessore al personaggio, ma in alcuni punti si perde, ad esempio nell’impervia sezione del <em>Presto</em><em> </em>della sua <em>variation 2</em><em> </em>(la celebre <em>Danza della Fata confetto</em>). Molto gradevole la sezione delle bambole meccaniche, regali di Drosselmeyer ai bambini: <strong>Antonello Mastrangelo</strong><strong> </strong>(20, 21, 22), <strong>Andrea Forza</strong><strong> </strong>(28, 29, 30) e <strong>Emanuele Mulè</strong><strong> </strong>(23, 24, 27) &#8211; un robot agile e scattante! &#8211; ballano il Principe (Arlecchino), mentre <strong>Giovanna Pisani</strong><strong> </strong>(20, 21, 22), <strong>Chiara Teodori</strong><strong> </strong>(23, 24, 27) e <strong>Silvia Fanfani</strong><strong> </strong>(28, 29, 30) sono la Principessa (Colombina). Il Re dei Topi è <strong>Paolo Gentile</strong><strong> </strong>(20, 21, 22), <strong>Giordano Cagnin</strong><strong> </strong>(23, 24, 27) e <strong>Fabio Longobardi</strong><strong> </strong>(28, 29 ,30). Bravo l’intero corpo di ballo dell’Opera di Roma, dalle soliste-Fiocchi di Neve del <em>Valzer dei fiocchi di neve</em> (n. 9), ai Topi, i Soldatini e i Piccoli cavalieri; molto curata anche la coreografia del <em>Valzer dei fiori</em> (n. 13) e in generale del <em>Divertissement</em><em> </em>(n. 12) al palazzo della Fata Confetto; veramente notevole la <em>Danza araba</em>, mentre non molto curata la <em>Danza cinese</em>. Molto bella la presa finale (durante l’<em>Apothéose</em>) dove Clara è sollevata da diversi ballerini, creando un bell’effetto visivo. Una lode particolare va al corpo di ballo dei bambini, attenti e scrupolosi, oltre che naturalmente al coro di voci bianche (diretto da José Maria Sciutto) che accompagna il <em>Valzer dei fiocchi di neve</em>.</p>
<div id="attachment_9436" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="scenografia del palazzo della Fata Confetto" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9436"><img class="size-medium wp-image-9436" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSCN0096-300x225.jpg" alt="scenografia del palazzo della Fata Confetto" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">scenografia del palazzo della Fata Confetto</p></div>
<p>Molto belle le scene e i costumi per la firma di <strong>Carlo Savi</strong>. La prima scena &#8211; l’arrivo degli invitati colle slitte a casa di Stahlbaum &#8211; è resa con l’ausilio del secondo sipario trasparente calato con la proiezione di una nevicata; in fondo un enorme regalo di natale, che si apre trasformando la scena nel primo <em>tableau</em>, l’interno della casa di Stahlbaum, dalla scenografia classicheggiante (un albero di Natale al centro, balocchi, regali) con lo sfondo che rappresenta un villaggio innevato, citazione de <em>La notte stellata</em><em> </em>di van Gogh. A livello registico-scenografico molto curata è la scena della battaglia tra i Topi e i Soldatini di Schiaccianoci: un tripudio di movimento, con i topi che sollevano i soldatini prima dell’arrivo della cavalleria, luci verdi stupende con tanto di fumo scenico. Ma forse un vero <em>coup de théâtre</em> si ha col secondo <em>tableau</em>, la sala del palazzo della Fata Confetto, dove si alterna un delicatissimo gioco di luci &#8211; con una base sul rosa &#8211; che incornicia una scenografia rappresentante una scalinata con intorno ogni sorta di mucchi di dolciumi rosa, che costituiscono il palazzo della fata (un “oh!” di stupore del pubblico ne ha suggellato il gradimento!). Sfavillanti i costumi: oltre a quelli dei protagonisti da segnalare quelli luccicanti e delicati per la <em>Danza araba</em>, come quelli per le ballerine-fiocchi di neve e i ballerini-fiori. Certamente le luci, a cura di <strong>Mario De Amicis</strong>, sono una punta di diamante dello spettacolo.</p>
<p>Apprezzabile la direzione musicale: <strong>Nir Kabaretti</strong><strong> </strong>ha una certa esperienza soprattutto nel campo operistico. L’orchestra ha momenti estremamente gradevoli (in particolare nelle combinazioni dei fiati), e l’istraeliano esegue una direzione molto classica, con alcuni momenti di ispirazione.</p>
<div id="attachment_9437" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Inchino dei ballerini durante gli applausi finali" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9437"><img class="size-medium wp-image-9437" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSCN0101-300x225.jpg" alt="Inchino dei ballerini durante gli applausi finali" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Inchino dei ballerini durante gli applausi finali</p></div>
<p>Uscendo dal teatro e come al solito cercando di carpire le impressioni del pubblico, ho sentito una signora esclamare: “Niii-naa-naaa (intonando un passo)… quanto mi piace la musica di Čajkovskij!”. E forse, prescindendo da tutto, è proprio questa la magia de <em>Lo Schiaccianoci</em>, che lo rende un evergreen. Igor Stravinskij (in una lettera aperta a Djagilev, <em>Times</em> 18-10-1921) scrisse: «Čajkovskij possedeva il dono della melodia, centro di gravità in ogni sua composizione sinfonica, in ogni sua opera o balletto». Aveva evidentemente ragione.</p>
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		<title>Piani di studio: le novità</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 08:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silviamic</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca Universitaria]]></category>
		<category><![CDATA[esami]]></category>
		<category><![CDATA[Infostud]]></category>
		<category><![CDATA[piani di studio]]></category>

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		<description><![CDATA[Una breve guida riassuntiva per la consegna dei piani di studio 2011/2012 nella nuova facoltà umanistica della Sapienza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2012 ha portato grandi novità al sistema dei <strong>piani di studio</strong> e, ovviamente, anche  tanta confusione tra gli studenti costretti, come al solito, a barcamenarsi tra voci di corridoio e  leggende metropolitane. Cerchiamo, quindi, di ricostruire la situazione a seconda degli ordinamenti e dell’anno di immatricolazione.</p>
<p><a class="lightbox" title="facolta_3" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9476"><img class="alignright size-medium wp-image-9476" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/facolta_3-300x59.jpg" alt="" width="300" height="59" /></a></p>
<p>-<strong>immatricolati nell’a.a. 2011/2012</strong>:  la compilazione del piano di studio avviene attraverso la sezione “Percorsi formativi” di <a title="Infostud" href="https://stud.infostud.uniroma1.it/Sest/Log/" target="_blank">Infostud</a>. Entro il <strong>3 marzo 2012</strong>, lo studente potrà compilare il proprio percorso formativo online, che verrà automaticamente inviato ai docenti validatori, che , quindi, potranno approvarlo o rifiutarlo. Tale procedura è imprescindibile per poter sostenere gli esami opzionali presenti nel proprio manifesto degli studi: il sistema informatico Infostud non permetterà la prenotazione agli esami a chi non completerà l&#8217;intera procedura. Le matricole devono, inoltre, compilare, anche sommariamente, un piano per gli altri due anni che potrà essere modificato a partire dal prossimo anno accademico.</p>
<p>-<strong>immatricolati nell’a.a. 2010/2011 e nell’a.a 2009/2010</strong>: gli studenti possono scaricare dal sito del proprio <a title="dipartimenti" href="http://www.filesuso.uniroma1.it/allega/didattica/Assegnazione%20CdS-Dip_def%20(2).pdf" target="_blank">dipartimento</a> il proprio piano di studi, il quale riporta gli esami previsti nel manifesto del CdL nell’anno di immatricolazione. Per permettere alla segreteria didattica di verificare la correttezza della dichiarazione, lo studente dovrà consegnare, insieme al piano di studi, anche il <strong>certificato degli esami sostenuti</strong> scaricabile da Infostud (tipo A). Gli studenti che hanno sostenuto esami non previsti nel manifesto del proprio CdL dovranno consegnare anche un <a title="modulo" href="http://www.filesuso.uniroma1.it/allega/pianistudi/PDS_convalida%2011-12.pdf" target="_blank">modulo</a> per la richiesta di convalida, scaricabile dal sito della facoltà (tipo B). Al momento della consegna, che potrà avvenire fino al <strong>19 marzo 2012</strong>, gli studenti corrispondenti al tipo A riceveranno una copia del piano di studi approvato dalla commissione di Corso di Studio, mentre quelli corrispondenti al tipo B dovranno attendere la convalida della facoltà: in caso di approvazione lo studente ne potrà ritirare una copia  presso la segreteria didattica, in caso contrario verrà contattato per compilare un nuovo piano di studi.</p>
<p><a class="lightbox" title="ico_help" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9487"><img class="alignleft size-medium wp-image-9487" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/ico_help-300x254.jpg" alt="" width="216" height="183" /></a>  -<strong>studenti dell’ EX DM. 509/99</strong>: i piano di studi dei vari CdL sono  scaricabili    dal <a title=" piani di studio" href="http://www.filesuso.uniroma1.it/?q=node%2F306" target="_blank">sito</a> della facoltà  e devono essere compilati entro il <strong>17 febbraio 2012 </strong>. Gli studenti di CdL dell’ex facoltà di Scienze Umanistiche devono compilarli in duplice copia e consegnarli alla <a title="Commissioni incaricate" href="http://www.filesuso.uniroma1.it/?q=node%2F305" target="_blank">Commissione incaricata</a>, dopo aver firmato entrambe le copie, queste   andranno riportate al S.Or.T. dove verranno timbrate. Gli studenti dell’ex facoltà di Lettere e Filosofia, invece, devono far approvare i propri  piani di studio dal Presidente del CdL o dal tutor incaricato e poi consegnarli, in duplice copia e firmati in originale, al S.Or.T., che dovrà timbrarli.</p>
<p>Ricordiamo che <strong>devono</strong> <strong>consegnare obbligatoriamente</strong> il piano di studi:</p>
<p>-tutte le matricole, pena l&#8217;impossibilità di prenotarsi agli esami tramite Infostud;</p>
<p>-tutti gli studenti iscritti a partire dall&#8217;a.a. 2009/2010 ad un CdL triennale o magistrale dell&#8217;ex facoltà di Lettere e Filosofia e tutti gli studenti immatricolati nell&#8217;a.a. 2010/2011 ad un CdL triennale o magistrale dell&#8217;ex facoltà di Scienze Umanistiche;</p>
<p>- gli studenti del DM. 509/99, tranne i laureandi a marzo 2012 che non intendono modificare il proprio percorso formativo;</p>
<p>-tutti gli studenti che, pur chiamati a farlo, non hanno consegnato negli anni precedenti alcun piano di studi o che abbiano modificato il proprio percorso di studio presentato precedentemente.</p>
<p>La grande confusione che si è creata è ovviamente dovuta alla compresenza di ben tre tipologie di immatricolazione dovute a successivi decreti ministeriali, che rende certamente faticosa la <strong>razionalizzazione</strong> che si sta cercando di avviare a partire dagli studenti immatricolati quest’anno; tuttavia, seguendo le istruzioni riportate dal sito della facoltà e qui sintetizzate, è possibile fare luce nel marasma di voci che si sovrappongono in facoltà. Ovviamente, armati di santa pazienza.</p>
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