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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it</title>
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		<title>Elezioni dei rappresentanti: dove e come si vota, chi sono i candidati.</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Micheli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il vademecum dello studente elettore. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/images3.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18228" alt="images" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/images3.jpg" width="346" height="221" /></a>Come già vi abbiamo annunciato (<a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/04/la-terra-della-rappresentanza/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/04/cerano-una-volta-i-rappresentanti-degli-studenti/" target="_blank">qui</a>), il <strong>21 e il 22 maggio</strong> si terranno le <strong>elezioni per i rappresentanti degli studenti</strong>. Dati i non pochi problemi di<strong> comunicazione</strong> <strong>tra studenti e docenti</strong> che si riscontrano quotidianamente (ricordo <em>in primis</em> la questione delle lauree triennali, ampiamente affrontata <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/05/quali-criteri-per-le-lauree-triennali/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/05/riforma-delle-lauree-triennali-certezze-e-dicerie/" target="_blank">qui</a>) eleggere nuovi rappresentati è sicuramente una necessità. Per permettere al maggior numero di studenti di partecipare alle votazioni è opportuno però fare chiarezza sulle modalità con cui avverranno le operazioni di voto, per evitare che la disinformazione legittimi un <strong>deleterio astensionismo</strong>.</p>
<p><strong>Chi può votare</strong>. Possono votare tutti gli studenti che risultino iscritti a un corso di laurea triennale o magistrale, a un corso di Dottorato di Ricerca o a una Scuola di Specializzazione; non possono votare tutti coloro che non abbiano superato un esame negli ultimi tre anni.</p>
<p><strong>Per che cosa si vota. </strong>Le elezioni riguarderanno i rappresentanti degli studenti presso il Senato Accademico, il Consiglio di Amministrazione e il Comitato per lo sviluppo dello Sport (a livello di Ateneo), presso la Giunta e il Consiglio di Facoltà (a livello di facoltà), presso il Comitato Territoriale dell&#8217;Adisu e  il Cnsu a livello nazionale.</p>
<p>-Il<strong> Senato Accademico </strong>è «l’organo di indirizzo, di programmazione, di coordinamento e di verifica delle attività didattiche e di ricerca dell’Università»; è composto da 35 componenti votanti di cui 24 rappresentanti del corpo docente, 6 degli studenti &#8211; che andremo a votare  - e 5 del personale tecnico-amministrativo. Vi partecipano senza diritto di voto anche i Presidi delle facoltà, il Direttore della Scuola Superiore di Studi Avanzati, il Direttore Generale e un rappresentante degli assegnisti e dei dottorandi. Tra le funzioni del Senato vi sono: approvare il piano di sviluppo pluriennale della Sapienza, deliberare circa i regolamenti relativi alla didattica e alla ricerca, e soprattutto circa i criteri per la ripartizione delle risorse finanziarie e del budget per il personale docente.</p>
<p>-Il<strong> Consiglio di Amministrazione </strong>«è l’organo di programmazione finanziaria e di programmazione del personale, ha funzioni di indirizzo strategico e di controllo delle attività relative alla gestione amministrativa, finanziaria, patrimoniale dell’Università e di vigilanza sulla loro sostenibilità finanziaria». È composto dal Rettore, cinque elementi in possesso di competenze in campo gestionale appartenenti ai ruoli d&#8217;Ateneo, due rappresentanti degli studenti e due elementi esterni all&#8217;Università, proposti dal Rettore e nominati dal Senato Accademico.</p>
<p>-Il <strong>Comitato per lo sviluppo dello Sport</strong> gestisce gli impianti sportivi universitari e le relative attività.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/508935_urna-elezioni-disegno.jpg"><img class="size-full wp-image-18227 alignright" alt="508935_urna elezioni disegno" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/508935_urna-elezioni-disegno.jpg" width="303" height="300" /></a>-La <strong><a href="http://www.lettere.uniroma1.it/facolta/governo/giunta-di-facolt" target="_blank">Giunta di facoltà</a> </strong>è l&#8217;organo preposto all&#8217;ordinaria amministrazione, in particolare alla gestione amministrativa delle risorse finanziarie che spettano alla Facoltà. La rappresentanza studentesca all&#8217;interno della Giunta è fissata a un minimo del 15%  del personale docente. È fondamentale ricordare che<strong> le elezioni saranno valide solo se andrà a votare almeno il 10% degli aventi diritto</strong>, <strong>in caso contrario il numero degli eletti verrà ridotto in proporzione al numero degli effettivi votanti</strong>. <strong><br />
</strong><br />
-Il <a href="http://www.lettere.uniroma1.it/facolta/governo/consiglio-di-facolt" target="_blank"><strong>Consiglio di facoltà</strong></a> è costituito da docenti, dai rappresentanti degli studenti e del personale tecnico-amministrativo. Anche per il Consiglio la quota dei rappresentanti è del 15% del personale docente e il numero dei votanti minimi è il 10% degli aventi diritto.</p>
<p>-Del <a href="http://www.cnsu.miur.it/home-page.aspx" target="_blank"><strong>Cnsu</strong></a> abbiamo già parlato in questo <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/04/ma-cose-il-cnsu/" target="_blank">articolo</a>.</p>
<p>-Il <strong>Comitato territoriale dell&#8217;Adisu</strong> è «un organismo con funzioni propositive e e di vigilanza in relazione agli interventi, ai servizi e alle prestazioni di competenza dell&#8217;Adisu»; è composto da un Presidente, nominato dal Presidente della Regione Lazio, due rappresentanti degli studenti, un rappresentante del Comune e un rappresentante della Regione.</p>
<p><strong>Quando e dove si vota. </strong>Le votazioni per tutti gli organi avranno luogo <strong>martedì 21 maggio dalle 9.00 alle 19.00 e mercoledì 22 maggio dalle 9.00 alle 14.00</strong>. Gli studenti posso votare recandosi al proprio seggio: i seggi assegnati alla nostra Facoltà sono il 21 (aula III in sede centrale), il 22 (aula VI in sede centrale), il 23 (aula VIII di Caserma Sani) e il 24 (aula XIII di Villa Mirafiori). Ad ognuno di noi è stato assegnato un seggio in particolare, al quale dobbiamo presentarci obbligatoriamente. Per conoscere qual è il seggio assegnatoci occorre consultare questa <a href="http://www.uniroma1.it/elezioni-studentesche-2013" target="_blank">pagina</a> e aprire il pdf &#8211; in fondo alla pagina sulla sinistra &#8211; che riporta l&#8217;elenco completo di tutti gli aventi diritti al voto iscritti a Lettere e Filosofia.</p>
<p><strong>Come si vota. </strong>Per votare è necessario un documento di identità. Si può esprimere una sola preferenza.</p>
<p><strong>Chi sono i candidati.</strong> Per quanto riguarda i 92 studenti candidati per gli organi di Facoltà, questi non sono organizzati in liste ma i loro nomi figurano singolarmente nell&#8217;elenco completo che potete consultare in questa <a href="http://www.lettere.uniroma1.it/archivionotizie/elezioni-la-nomina-delle-rappresentanze-degli-studenti" target="_blank">pagina</a> alla voce &#8220;Candidature presentate&#8221;. Gli studenti presentatisi, invece, per gli organi d&#8217;Ateneo sono candidati per liste; i loro nomi si possono trovare in questa <a href="http://www.uniroma1.it/elezioni-studentesche-2013" target="_blank">pagina</a>, alla voce &#8220;Liste accettate dalla Commissione Elettorale Centrale&#8221;, divisi a seconda dell&#8217;organo a cui hanno presentato la candidatura. Le liste che si sono presentate per il Senato Accademico e per il Consiglio di Amministrazione sono sette: <strong>Fronte della gioventù comunista, Nuova Sapienza, Liste di Sinistra- Studenti indipendenti Link, Alleanza ribelle, Vento di cambiamento- Fenix, Lista Aperta, Sapienza in movimento-Giovani Democratici.</strong></p>
<p>Per eventuali altre informazioni rimando al <a href="http://www.lettere.uniroma1.it/archivionotizie/elezioni-la-nomina-delle-rappresentanze-degli-studenti" target="_blank">Regolamento</a> delle elezioni.</p>
<p><strong>Elezioni dei rappresentanti del personale docente in Senato Accademico. </strong>Dal 6 al 10 maggio scorso si sono svolte le votazioni per eleggere i rappresentanti del personale docente e tecnico-amministrativo in Senato Accademico, i cui <a href="http://www.uniroma1.it/sites/default/files/allegati/risultati_cec_sa_2013.pdf" target="_blank">risultati</a> definitivi sono stati comunicati pochi giorni fa. Nel nuovo Senato Accademico troviamo quattro docenti della nostra Facoltà: <strong>Beatrice</strong> <strong>Alfonzetti</strong>, docente ordinario di Letteratura italiana e direttrice del dipartimento di Studi greco-latini, <strong>Matilde Mastrangelo</strong>, professore associato di Lingua e Letteratura giapponese, <strong>Alessandro Saggioro</strong>, professore associato di Storia delle Religioni, <strong>Giorgio Piras</strong>, ricercatore in Filologia classica. Dall&#8217;1 al 5 luglio si svolgeranno le consultazioni per l&#8217;individuazione di una rosa di candidati rappresentanti la componente accademica presso il Consiglio di Amministrazione.</p>
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		<title>Riforma delle lauree triennali: certezze e dicerie.</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 18:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Di Iorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facciamo un po' di chiarezza sulla riforma delle lauree triennali.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia della <a href="http://http://www.letterefilosofia.it/2013/03/nuove-regole-per-le-lauree-triennali/"><strong>&#8220;riforma&#8221; delle lauree triennali</strong></a> ha scatenato il panico fra gli studenti. Molti ragazzi, giustamente, si sono mobilitati per cercare di capire qualcosa in più, ma le notizie si rincorrono e si sovrappongono, generando confusione e amplificando a dismisura il problema.</p>
<p>Le notizie che circolano forniscono, infatti, un <strong>quadro catastrofico</strong>: si parla di un <strong>relatore assegnato d&#8217;ufficio</strong>, della <strong>riduzione dei punti</strong> fino a un massimo di tre, di un <strong>lavoro esclusivamente compilativo</strong> di massimo 30-40 pagine, di<strong> retroattività</strong>, di tesi già incominciate ridotte a <strong>carta straccia</strong> (per citare le voci più diffuse). Ma è davvero così la situazione? Facciamo un po&#8217; di chiarezza.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/tesi.png"><img class="alignleft size-full wp-image-18216" alt="tesi" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/tesi.png" width="283" height="213" /></a>Quali che siano le effettive motivazioni (<a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/05/quali-criteri-per-le-lauree-triennali/">qui</a> sono elencate alcune possibili interpretazioni), la Facoltà ha deciso di <strong>modificare le modalità di sostenimento e valutazione della prova finale triennale</strong>: ciò vuol dire che ci saranno <strong>due tipi</strong> di innovazioni, una che riguarderà le <strong>modalità pratiche di discussione e proclamazione</strong> e l&#8217;altra che riguarderà la <strong>natura della prova in sé</strong>. Bisogna sottolineare come le norme parlino di <strong>prova finale</strong> e non di tesi: quest&#8217;ultima è prerogativa delle lauree magistrali; non è il caso di dibattere in questa occasione sull&#8217;opportunità o meno di conservare la forma dell&#8217;elaborato scritto (in altre facoltà questa prova consiste in un esame orale), basti sapere che su questa prova finale la legge permette parecchia <strong>elasticità</strong>.</p>
<p>Quest&#8217;elasticità è tale che, allo stato attuale, <strong>non esistono criteri uniformi</strong> che regolino le prove finali: i corsi di studio conservano, <strong>per inerzia</strong>, le norme (spesso determinate esclusivamente da una prassi affermata) adottate negli anni precedenti, con tutte le <strong>contraddizioni</strong> che ne possono conseguire. Una revisione generale ha, quindi, senso nella misura in cui individua criteri in grado di <strong>rendere uniformi le prove dei vari corsi</strong>; come verranno determinati questi criteri?</p>
<p>Il <strong>primo passo</strong> è stato fatto nella riunione della Commissione didattica del <strong>7 febbraio 2013</strong>: in quella sede si è discusso dei vari aspetti collegati alla prova di laurea e si sono decise <strong>due cose</strong>: proporre alla Giunta di Facoltà di <strong>ridurre a 3 i punti assegnabili</strong> per l&#8217;elaborato finale e lasciare ai Dipartimenti la possibilità di stabilire <strong>in via sperimentale</strong> differenti modalità di discussione.</p>
<p><strong>Spetta, quindi, alla Giunta di Facoltà approvare il nuovo punteggio: questo sarà l&#8217;unica novità valida per tutti gli studenti.</strong> I Dipartimenti, infatti, potranno, in piena autonomia, decidere le effettive modalità di discussione: non sono previste ulteriori indicazioni generali. Tutte le altre notizie che circolano, infatti, fanno riferimento <strong>esclusivamente</strong> al progetto di riforma del <strong>Dipartimento di Studi Greco-latini, Italiani e Scenico-musicali</strong>, e quindi <strong>ai soli due corsi di Lettere moderne e Letteratura, musica e spettacolo</strong>. Questo non vuol dire che la riforma non toccherà altri corsi, sia chiaro: soltanto, le indicazioni della Facoltà (sempre in caso di parere positivo da parte della Giunta) si fermano alla definizione del<strong> punteggio standard.</strong></p>
<div id="attachment_18217" class="wp-caption alignright" style="width: 214px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/7492017-un-cesto-pieno-di-carta-straccia-nota-lo-sfondo-puo-apparire-rumoroso-ma-questo-e-solo-il-materiale-.jpg"><img class="size-medium wp-image-18217" alt="7492017-un-cesto-pieno-di-carta-straccia-nota-lo-sfondo-puo-apparire-rumoroso-ma-questo-e-solo-il-materiale-" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/7492017-un-cesto-pieno-di-carta-straccia-nota-lo-sfondo-puo-apparire-rumoroso-ma-questo-e-solo-il-materiale--204x300.jpg" width="204" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Se avete iniziato la vostra tesi, state tranquilli: NON sarà carta straccia.</p></div>
<p>Il<strong> secondo passo</strong>, infatti sarà proprio la definizione, <strong>da parte di ogni Dipartimento</strong>, delle modalità di <strong>sostenimento</strong> (elaborato scritto o esame) e <strong>valutazione</strong> (composizione della commissione e scelta del relatore) della prova finale, e della successiva <strong>proclamazione</strong> (immediatamente o in un secondo momento): è in questo punto che gli studenti brancolano nel buio. Gli unici Dipartimenti che hanno palesato chiaramente le proprie intenzioni sono, infatti, soltanto quello di <strong>Storia, Culture, Religioni</strong> e quello di Studi Greco-latini: dal primo è stato comunicato che <strong>non sono previsti cambiamenti</strong>, dal secondo sappiamo che «il regolamento per la prova finale delle Lauree Triennali sarà pubblicato dopo l&#8217;Assemblea di Facoltà prevista alla fine del mese di maggio e sarà in vigore a partire dalla sessione di dicembre 2013».</p>
<p>Sembra delinearsi meglio il quadro della situazione: il vero problema è l&#8217;<strong>assenza di comunicazione</strong> fra studenti e docenti all&#8217;interno dei Dipartimenti dovuto, in primo luogo, ai <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/12/filesuso-e-rappresentanza-studentesca/">&#8220;problemi di rappresentanza&#8221; </a>di cui ci siamo più volte occupati. La conseguenza, in questo caso, è palese: i Dipartimenti (nel caso specifico quello di Studi Greco-latini etc. ) riformeranno le prove finali triennali <strong>senza confrontarsi con gli studenti.</strong></p>
<p>Concludo affrontando altri due aspetti: la <strong>retroattività</strong> di queste norme e il caso di studenti che abbiano <strong>già cominciato a lavorare</strong> al proprio elaborato. Entrambi sono, a conti fatti, il prodotto di un&#8217;<strong>assenza di confronto</strong> fra studenti e docenti e addirittura fra i docenti stessi: <em>sic stantibus rebus</em> nessuno ha pensato a tutelare quegli studenti che vedranno, da una sessione all&#8217;altra e in maniera del tutto inattesa, calare su di loro nuove regole e nuove prassi; nessuno ha pensato di comunicare in maniera capillare ai propri colleghi queste novità (forse) imminenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per comodità riassumo tutto in poche righe:</p>
<p>- la <strong>Giunta di Facoltà</strong> (e forse anche l&#8217;Assemblea di Facoltà) dovrà decidere se ridurre o meno i punti assegnabili per l&#8217;elaborato finale, con provvedimento vincolante per<strong> tutti</strong> gli studenti triennali (salvo eventuali deroghe);</p>
<p>-<strong> ogni Dipartimento</strong> dovrà definire le modalità di discussione, valutazione e proclamazione;</p>
<p>- il <strong>Dipartimento di Studi Greco-latini, Italiani, Scenico-musicali</strong> ha già pronta una <strong>bozza</strong> che prevede, fra le altre cose, l&#8217;assegnazione d&#8217;ufficio del relatore.</p>
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		<title>Aishite Knight &#8211; Kiss Me Licia: tra musica e trasgressione.</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 11:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viaggio nell'opera <em>Aishite Knight</em> di Kaoru Tada, più noto in Italia come <em>Kiss Me Licia</em>.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/510700.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18208" alt="510700" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/510700.jpg" /></a>Siamo nella seconda metà del XX secolo, e per l’Occidente si apre una nuova era socio-culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ricambio generazionale e il boom economico degli anni &#8217;50-&#8217;60 cambiano la vita di migliaia di famiglie: il benessere e la tecnologia varcano le soglie delle case operaie, la televisione penetra capillarmente nella vita quotidiana e si crea così una <strong>cultura di massa</strong>. In ambito politico, <strong>il 1960 è l’anno della Guerra del Vietnam</strong>; due anni dopo <strong>J.F.K.</strong> è neopresidente degli Stati Uniti, e mentre nel ’63 i <strong>Beatles</strong> lanciano il loro primo LP,<strong> Martin Luther King</strong> pronuncia il famoso discorso<em> I have a dream</em>. Quasi contemporaneamente vengono promulgate le<strong> Leggi sui Diritti Civili</strong>, seguite dal ’68 e dai movimenti studenteschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, i mitici<em> Sixties</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sogno dell’emancipazione, della libertà, dell’uguaglianza ispirato dal nuovo benessere collettivo viene però frantumato in mille pezzi dall’assassinio di Kennedy e dalla paura dell’instabilità, degli attentati e dell’esito della guerra: gli <em>hippies</em> gridano «facciamo l’amore, non la guerra» e il <em>rock ‘n roll</em> si fa portavoce delle ansie, delle necessità, della voglia di trasgressione e di evasione dei giovani. Sono gli anni dei già citati<strong> Beatles</strong>, di <strong>Eric Clapton</strong>, dei <strong>Black Sabbath</strong> e dei <strong>Deep Purple</strong>, ai quali apre la strada <strong>The King</strong>, <strong>Elvis Presley</strong>. Con questi artisti mutano radicalmente i criteri estetici: essi divengono emblemi di una nuova concezione di mascolinità e di bellezza, divulgata dalle riviste e condannata dalla Chiesa.</p>
<div id="attachment_18207" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite1.jpg"><img class="size-medium wp-image-18207" alt="aishite1" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite1-300x270.jpg" width="300" height="270" /></a><p class="wp-caption-text">Gli XJAPAN nella loro formazione originale.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Si diffonde l’immagine dell’uomo curato, glabro, spesso androgino. In altre parole, si scopre il gusto dell’ambiguo.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ann<strong>i ’70 &#8211; ’80</strong>, partendo dai <strong>Rolling Stones</strong>, dai <strong>Queen</strong>, dai<strong> Kiss</strong> e passando per <strong>Billy Idol</strong>, <strong>Bon Jovi</strong> e <strong>David Bowie</strong>, si afferma l’immagine del rocker bello, dannato, ambiguo e proibito, immagine che non gli si scollerà mai più di dosso e che attraverserà tutte le culture.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Giappone non fa eccezione:</strong> prima con il<em><strong> J-Rock</strong></em> (l’equivalente giapponese del rock britannico) e poi con l’originalissimo <em><strong>Visual key</strong></em> (cattiva traslitterazione di Visual kei, cioè &#8216;stile visuale&#8217;), si afferma un modo del tutto nuovo di fare musica e diametralmente opposto alla produzione tradizionale di musica folkloristica. Gli<strong> X Japan</strong> sono in assoluto il gruppo più famoso, che -con l’album <em>Blue Blood</em> &#8211; diffonde il motto «Psychedelic Violence/Crime of Visual Shock.»</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, quello lanciato dagli artisti nipponici <strong>è uno stile teatrale, esteticamente elevato, in cui musica e visività si fondono per descrivere un concept del tutto personale e suggestivo</strong>: il palco diviene il piedistallo dell’ottava arte, il trampolino di lancio verso la sublimazione estetica. Muta così il concetto di<em> dansei</em> (&#8216;mascolinità&#8217;), ma anche quello di <em>ryosai kenbo</em> (&#8216;buona e saggia madre&#8217;), cioè quello di una donna sottomessa e casalinga: non dimentichiamo infatti che sono anche gli anni dell’emancipazione femminile, degli <em>shoujo</em> manga trasgressivi di <strong>Shungiku Uchida</strong>, della “maschilizzazione” e nel contempo della repressione della donna moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il manga <strong><em>Aishite Knight</em></strong> (o anche <em><strong>Aishite Night</strong></em>, o <strong><em>Love me Knight</em></strong>), letteralmente “Amami cavaliere”, si fa inconsapevolmente portavoce di tutti questi mutamenti sociali: disegnato e sceneggiato da<strong> Kaoru Tada</strong> (<strong>1960-1999</strong>) tra il <strong>1981 </strong>e il<strong> 1983</strong>, è meglio<strong> conosciuto in Italia come <em>Kiss me Licia</em></strong>. Dai più giudicato «una solfa melensa e contenutisticamente insulsa», <em>Love me Knight</em> risulta invece alla pari di molti<em> shoujo</em> (manga per ragazze di contenuto prevalentemente amoroso) un prodotto sensibile ai cambiamenti storici, consapevole dei gusti del pubblico e psicologicamente complesso: la repressione sviluppata come contraltare delle spinte emancipatrici induce le donne alla lettura come evasione, a trasgredire, al gusto del proibito e di una certa ammiccante ostentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per soddisfare le necessità di tale pubblico nasce<em> Aishite</em>: manga in cui una ragazza semplice, comune, del tutto ordinaria si trova coinvolta inspiegabilmente in un seducente triangolo amoroso assieme a due bellissimi cantanti emergenti, pronti a fare follie per lei.</p>
<div id="attachment_18209" class="wp-caption alignright" style="width: 289px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite2.jpg"><img class="size-medium wp-image-18209" alt="aishite2" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite2-279x300.jpg" width="279" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Satomi e Go si dichiarano per la prima volta.</p></div>
<p style="text-align: justify;">«<strong>Yaeko</strong> detta <strong>Yakko</strong> (<strong>Luciana</strong> detta<strong> Licia</strong> nella versione italiana) si divide tra il ristorante di <em>okonomiyaki</em> del padre e l’università serale. Assiduo frequentatore del ristorante è <strong>Satomi</strong>, tastiera dei <strong><em>Bee Hive</em></strong>, che (per una battuta di spirito non compresa dalla ragazza) ella crede omosessuale. Anche<strong> Go</strong> (<strong>Mirko</strong>), fratello del piccolo <strong>Hashizo</strong> (<strong>Andrea</strong>) e <em>frontman</em> dei <em>Bee Hive</em>, conosce Yakko per caso all’università. Entrambi s’innamorano a prima vista della ragazza, semplice ma di buon cuore, la quale molto presto scopre che Satomi non lavora affatto in un bar gay, ma che è un rocker ed è tanto innamorato di lei da andare tutti i giorni al ristorante solo per vederla; lo stesso vale per Go (che ella credeva collega di Satomi), il quale è pronto ad abbandonare la sua vita da<em> playboy</em> per lei. Proprio Yakko, ragazza cresciuta dal padre e amante della musica tradizionale, si troverà gettata nel mondo del <em>rock ‘n roll</em>, tra i mille ostacoli che il successo, la fama e la famiglia comportano».</p>
<p style="text-align: justify;">Da <em>Aishite</em> non bisogna aspettarsi grandi sceneggiature o tavole impeccabili, anzi: i disegni sono spesso abbozzati e le battute stereotipate. Quello che c’è di nuovo è che <strong>l’opera espone i sogni dei giovani, la loro affezione per la musica, per il ballo, l’amore per la trasgressione senza però compromettere i sentimenti genuini.</strong> Il rock non è “Il Male”, make up e lunghi capelli fluenti non sono lo stereotipo di effeminati od omosessuali (lungi da questo manga i giudizi di genere), né le<em> grupies</em> sono tutte frivole pollastre alla ricerca di un buon partito da spennare (vedi Meiko, Marika in Italia). Questi ragazzi sono moderni, giovani ma responsabili, con un pizzico di malizia ma sostanzialmente buoni: un equilibrio tra la tradizione e la modernità, tra Occidente e Oriente, in un’utopica rappresentazione di una generazione ideale e idealistica alla <em>Grease</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È questo il motivo per cui l’autrice ambienta la vicenda non a Tokio ma a<strong> Osaka</strong>: situata nella regione del<strong> Kansai</strong>, è chiamata anche “la cucina del paese” o “il porto del paese” in quanto è da sempre la capitale culinaria e commerciale. Il manga ci mostra una sostanziale differenza tra la modernissima e globalizzata Tokyo e la ancora provinciale Osaka, dove per i giovani è più difficile sfuggire alla morale e agli antichi costumi, dove sono ancora diffuse usanze e tradizioni locali (lo stesso <em>okonomiyaki-ya</em> è un locale tipico) e che conserva ancora quella genuinità che sembra tema portante di tutta l’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Una genuinità che intrappola? Forse, come dimostra la gelosia del padre di Yakko, <strong>Shige-san</strong> (<strong>Anacleto Marrabbio</strong> in Italia), che altro non vuole che proteggere la sua bambina da un mondo &#8211; quello dei rocker &#8211; che giudica perverso e approfittatore. Fino alla fine, infatti, sarà contrario alla relazione tra Yakko e Go, e quindi alle loro nozze. È uno scontro generazionale tra passato-presente, tradizione-occidentalizzazione, tra ere e ideali diversi e in fine una dimostrazione che lo sviluppo sociale non sempre compromette i valori personali: infatti benché Yakko scappi di casa, litighi più volte col padre e gli disobbedisca, rimane pur sempre una “brava ragazza”, che guarda oltre le apparenze e vince il bigottismo degli adulti. Anche<strong> Hashizo/Andrea</strong>, il fratellino di Go nato da una relazione extraconiugale del padre, è emblema dell’infantile purezza e dell’ingenuità che infondo la stessa Yakko possiede ancora, nonostante il mondo intorno a lei si corrompa e tenti di corromperla a sua volta. Hashizo pare anzi il vero protagonista di<em> Aishite</em>, in quanto è lui che architetta teneri e buffi stratagemmi per avvicinare i piccioncini (è infatti il primo a capire che i due si sono innamorati, nonostante in un primo momento Yakko sia la ragazza di Satomi). Anche<strong> il grasso gatto Giuliano</strong>, spalla si Hashizo nonché suo migliore amico, è molto affezionato a Yakko e a suo padre e aiuterà Hashizo affinché ella diventi la sua nuova mamma.</p>
<div id="attachment_18210" class="wp-caption alignleft" style="width: 205px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite3.jpg"><img class="size-medium wp-image-18210" alt="aishite3" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite3-195x300.jpg" width="195" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Shiller insieme a Go, Yakko e Giuliano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Manga (e quindi anche l’anime omonimo, che da esso è stato tratto) ironizza inoltre su temi scottanti, quali la fuga d’amore, il sesso prima del matrimonio, l’omosessualità, la bisessualità e il trans gender: come le vere stelle del rock &#8211; giapponesi e non &#8211; i<em> Bee Hive</em> e i loro colleghi sono rappresentati con tratti androgini, estremamente sottili, femminini. Vestono abiti alla moda, usano il rossetto, si fanno la permanente e tingono i capelli in modi strani (il famoso ciuffo rosso di Go, ad esempio): questo in linea con la moda di quei tempi, provocatoria e anticonvenzionale, che vede il palco come luogo dell’ambiguo per eccellenza. Quindi mentre gli <em>X Japan</em> inscenano durante un concerto il finto matrimonio tra il loro leader Yoshiki e il vocalist Toru (con tanto di abito da sposa bianco), Go non si fa problemi a promettere alle fan un bacio tra lui e Satomi. Oggi lo definiremmo <em>fan-service</em>, letteralmente &#8216;servizio ai fan&#8217;: insomma, bisogna assecondare i desideri del pubblico! Altro esempio eclatante di ambiguità è <strong>Shiller</strong>, cantante dei Kiss Relish, personaggio d’altronde<strong> fortemente censurato da Mediaset</strong> per la sua natura bisessuale (è sposato con Marina ed è anche innamorato di Go), ma che in seguito diverrà sostenitore della coppia Go-Yakko.</p>
<p style="text-align: justify;">L’edizione cartacea del manga (pubblicata in Giappone dalla casa editrice<strong> Shueisha</strong> sulla rivista <strong>Margaret</strong>) viene stampata in Italia tra il <strong>2002-2003</strong> dalla<strong> Star Comics</strong> in sette volumi, poi riedita (con nuove cover e dialoghi ritradotti) dalla<strong> Goen/RW</strong> da<strong> maggio 2012</strong>. Buono il rapporto qualità-prezzo dell’edizione Star, che si mantiene negli standard della casa editrice. Altrettanto non si può dire di quella Goen, che &#8211; al prezzo di euro 5,95 &#8211; propina un prodotto instabile e mal tradotto (il locale di proprietà dei Mitamura viene chiamato prima Mambo, poi improvvisamente Manbo), per non parlare di errori di battitura e dell’assenza talvolta di lettere in principio di parola. Eclatante la “scomparsa” delle tanto pubblicizzate pagine a colori a partire dal numero 4; per di più, il volume 5 termina di punto in bianco, senza quindi chiudere il tankobon con i consueti credits (che invece sono posti in principio). L’unico elemento che in parte salva questa ristampa è la sovracopertina lucida, dal design moderno e dai colori vivaci.</p>
<div id="attachment_18211" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/confrontoedizioni.jpg"><img class="size-full wp-image-18211" alt="Edizione Star Comics e Goen a confronto." src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/confrontoedizioni.jpg" width="600" height="462" /></a><p class="wp-caption-text">Edizione Star Comics e Goen a confronto.</p></div>
<p style="text-align: justify;">L’anime<em> Kiss me Licia</em> (che trae probabilmente il titolo dal tatuaggio che Go ha sul braccio sinistro, che recita “Kiss me”) è stato <strong>prodotto fra il 1983 e il 1984</strong> dalla<strong> Toei Animation</strong> in <strong>42 episodi</strong>, e<strong> trasmesso in Italia il 1° settembre del 1985</strong>. Rispetto al manga <strong>l’anime è stato edulcorato</strong>, essendo mirato ad un pubblico più giovane, ed “annacquato” (si pensi che il solo primo volume ricopre le prime 17 puntate dell’anime). Una volta giunto in Italia, ovviamente (ma neanche tanto), la censura ha ben pensato di metterci lo zampino, tagliando via quasi tutti i baci, le scene in cui Yakko fa il bagno con Hashizo e la parte dedicata all’incontro tra i Bee Hive e i Kiss Relish. E non importa se il pubblico così capisce poco o nulla della storia!</p>
<div id="attachment_18212" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite4.jpg"><img class="size-medium wp-image-18212" alt="Bisogna inoltre sottolineare che Yakko nel manga è bionda, mentre nell’anime è stata caratterizzata prima come bionda, poi preferita mora: è per questo che nel famoso fotogramma della sigla la protagonista è bionda, unico relitto della precedente e poi decaduta scelta. " src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/aishite4-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Bisogna inoltre sottolineare che Yakko nel manga è bionda, mentre nell’anime è stata caratterizzata prima come bionda, poi preferita mora: è per questo che nel famoso fotogramma della sigla la protagonista è bionda, unico relitto della precedente e poi decaduta scelta.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questo, <strong>il successo è tale che Mediaset chiede allo studio Toei Animation un <em>sequel</em></strong>, che però non venne mai creato: è per questo che la <strong>Fininvest</strong> acquista i diritti e produce ben quattro serie televisive (<em>Love me Licia</em>, <em>Licia dolce Licia</em>,<em> Teneramente Licia</em> e <em>Balliamo e cantiamo con Licia</em>), che finalmente coronano il sogno d’amore dei protagonisti. Infatti la serie animata si era sospesa laddove anche il manga era terminato: Go/Mirko parte per l’America, promettendo a Yakko/Licia di sposarla al suo ritorno. In<em> Love me Licia</em> Mirko ritorna, e finalmente in <em>Licia dolce Licia</em> i due si sposano. Nei panni di Licia c’è niente poco di meno che <strong>Cristina D’Avena</strong>, e in quelli di Mirko l’attore e fotomodello <strong>Pasquale Finicelli</strong>; presenziano inoltre grandi nomi della televisione italiana, come<strong> Corrado</strong>, <strong>Emanuela Folliero</strong>, <strong>Emanuela Pacotto</strong> e <strong>Federica Panicucci</strong>. Il successo è immediato: <strong>grazie alle voci di Enzo Draghi e di Cristina D’Avena vengono lanciati molti dischi</strong>: canzoni come<em> Kiss me Licia</em> (storica sigla d’apertura dell’anime),<em> Freeway</em>, <em>Fire</em>, <em>Baby I love you</em>, <em>Cosa c’è</em> e<em> Lonely Boy</em> divengono i <strong>tormentoni dei tardi anni ’80</strong>, nonché oggetto di fantastiche parodie (tra le quali <em>Mirko è tornato</em> della <strong>Atom production</strong>). Nei telefilm inoltre, Licia si unisce alla band come vocalist femminile, in modo tale da giustificare l’apporto della cantante all’interno dei 45 giri.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anime verrà esportato anche in Francia e Spagna, con i titoli di<em> Embrasse-moi Lucile</em> e <em>Besame Licia</em>: verranno ritradotte anche molte Ost sulla base dei precedenti adattamenti italiani (la stessa sigla di apertura della D’Avena fu acquistata e reincisa in francese e spagnolo).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non esiste ancora né un’edizione in DVD dell’anime</strong>, originariamente distribuito in edicola in versione Vhs dalla<strong> DeAgostini</strong>, né della serie tv.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, inoltre, i Bee Hive sono tornati a calcare le scene, con la voce del <em>frontman</em> <strong>Finicelli</strong> al posto dell’originale doppiaggio musicale di Enzo Draghi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un manga/anime che ha segnato la storia della televisione per ragazzi, ma che arriva ai nostri occhi spogliato delle sue componenti psicologiche e sociali</strong>: il motivo della solitudine, dell’essere orfani (di padre per Go e Hashizo, di madre per Yakko), della lotta contro il bigottismo sociale e contro i pregiudizi, sono messi da parte dalla censura per lasciare soltanto l’involucro esterno fatto di frivolezze. Come sempre,<strong> la televisione italiana non si preoccupa di comunicare ma solo di intrattenere</strong>: il valore pedagogico dei prodotti viene calpestato con violenza da una volontà apparentemente anti-progressista, anti-femminista, anti-culturale, che lascia al singolo individuo il compito di istruire il proprio animo al culto del progresso, dell’accettazione e dell’indagine del vero oltre le apparenze.</p>
<p style="text-align: right;"><em> Rosa Sorrentino</em></p>
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		<title>Torna la Notte dei Musei</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 17:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Micheli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Notte dei Musei Aperti]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche quest'anno il MiBAC organizza la Notte dei Musei: dalle 20.00 alle 2.00 musei statali aperti e gratuiti in tutta Italia.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Torna anche quest&#8217;anno la <strong>Notte dei Musei</strong>: iniziativa con la quale il <a href="http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/index.html" target="_blank"><strong>MiBAC</strong></a> apre gratuitamente al pubblico tutti i musei statali il <strong>18 maggio dalle 20.00 alle 02.00</strong>. Visti i tempi di magra, avevamo temuto che il Ministero rinunciasse anche a quest&#8217;evento, dopo la decisione di <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/02/lutopia-del-modello-inglese-in-tempo-di-crisi/" target="_blank">eliminare</a> la Settimana della Cultura; fortunatamente, invece, potremo godere del nostro patrimonio artistico insieme al resto d&#8217;Europa, partecipando alla <strong>Notte Europea dei Musei</strong>, iniziativa nata a Parigi e giunta ormai alla sua nona edizione, che prevede l&#8217;apertura di più di 2000 musei in contemporanea.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/la_notte_dei_musei_2013_large.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18185" alt="Layout 1" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/la_notte_dei_musei_2013_large.jpg" width="460" height="240" /></a>A<strong> Roma</strong> sarà possibile visitare gratuitamente luoghi come i <a href="http://www.museicapitolini.org/" target="_blank">Musei Capitolini</a>, il <a href="http://www.museomacro.org/" target="_blank">Macro</a>, la <a href="http://www.centralemontemartini.org/" target="_blank">Centrale Montemartini</a>, i <a href="http://www.mercatiditraiano.it/" target="_blank">Mercati di Traiano</a>, la <a href="http://www.casadelcinema.it/" target="_blank">Casa del Cinema</a>, ma anche il <a href="http://www.planetarioroma.it/" target="_blank">Planetario</a>, la<a href="http://galleriacorsini.beniculturali.it/" target="_blank"> Galleria Nazionale d’arte Antica di Palazzo Corsini</a>, il <a href="http://www.villagiulia.beniculturali.it/" target="_blank">Museo Nazionale Etrusco</a>, la Chiesa di Sant’Ignazio e molti altri ancora. Tante le iniziative organizzate dai musei: al <strong>Museo Nazionale Etrusco</strong>, ad esempio, sarà possibile visitare anche la mostra <em>Da Orvieto a Bolsena: un percorso tra etruschi e romani, </em>che ripercorre le vicende di Velzna, l&#8217;ultima città etrusca a cadere sotto il dominio di Roma. Al <strong>Museo della Centrale Montemartini</strong> sarà invece possibile ammirare <em>Petrolio</em> di  <strong>Xavier Bueno</strong> &#8211; dipinto ad acrilico su tavola &#8211; oltre che ovviamente il ricco repertorio di sculture di arte classica inserite nel contesto della centrale elettrica.</p>
<p>Per maggiori informazioni (e per conoscere  le interessanti iniziative collaterali) visitare il <a href="http://www.lanottedeimusei.it/" target="_blank">sito</a> ufficiale dell&#8217;evento.</p>
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		<title>Nella casa di François Ozon</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 11:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Lucia Schito</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voyeurismo, satira, letteratura, feticismo: nell'ultimo film di Ozon si resta travolti dalla moltiplicazione vorticosa dei piani e delle storie.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Germain (<b>Fabrice Luchini</b>) è un professore di letteratura costretto a correggere compiti scritti male e impregnati di banalità. In uno dei suoi tanti frustranti pomeriggi gli capita fra le mani l&#8217;avvincente tema di Claude (<b>Ernst Umhauer</b>), strutturato come un racconto a puntate, nel quale il ragazzino racconta come è riuscito ad insinuarsi nelle vite della famiglia di Rafa (<b>Bastien Ughetto</b>), suo compagno di classe, dopo mesi di osservazione insistente della “casa borghese” in cui abita. Germain capisce che Claude ha del talento e, incurante delle conseguenze, lo convince e lo aiuta a spingersi sempre più oltre.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/dans-la-maison.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18203" alt="dans-la-maison" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/dans-la-maison.jpg" width="600" height="624" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Definire in una parola un film di <b>François Ozon </b>(regista francese di <i>8 donne e un mistero</i> e <i>Potiche </i>tra gli altri) è sempre molto complicato. In lui il gusto per la contaminazione dei generi è a momenti persino esasperato, e tanto più in questo <i>Dans la maison,</i> tratto da un&#8217;opera teatrale di <strong>J</strong><b>uan Mayorga</b> (<a href="http://ebookbrowse.com/el-chico-de-la-ultima-fila-juan-mayorga-doc-d25630779" target="_blank"><i>El chico de la </i><i>ú</i><i>ltima fila</i></a>) già a monte articolata in più livelli.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che colpisce a una prima lettura superficiale è la struttura da <b>thriller potenziale</b>, già cara a Ozon (che sa benissimo come manovrare sapientemente la tensione dello spettatore), il cui intreccio segue pari pari quello dei temi di Claude. Eppure, a ben vedere, come nella migliore tradizione cinematografica francese (dalla quale eredita anche la fotografia e la quantità di parole per secondo), <strong>non succede assolutamente nulla</strong>: gli avvenimenti <i>sarebbero potuti</i> accadere, o forse sono accaduti davvero, ma comunque non lo sapremo mai.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco quindi che affiora un secondo livello di lettura, ancora evidente e dichiarato: <i>Nella casa</i> è un <b>film sulla scrittura</b>. La strategia tensiva risponde precisamente al principio de <em>Le mille una notte</em> esposto da Germain a Claude: «<strong>Il lettore è come il sultano di Sheherazade</strong>: annoiami e ti taglierò la testa». Ma non solo. Con una trama del genere, molto classica («un personaggio desidera qualcosa ma incontra degli ostacoli sul suo cammino»: nella fattispecie, Claude desidera entrare nella vita di una famiglia &#8220;normale&#8221;, e Germain desidera che il racconto continui), il film poteva essere «nient&#8217;altro che un bel romanzetto d&#8217;appendice». E invece finisce per diventare <strong>un continuo esercizio di stile</strong>, sulla scia dei temi di Claude, con cambiamenti di punti di vista e differenti &#8220;dosaggi&#8221; d&#8217;ironia, e perfino un bell&#8217;esempio di <strong>satira borghese</strong>, implicita nella mole di riferimenti a <strong>Flaubert </strong>(la cui ultima opera, <em>Bouvard e Pécuchet</em>, accompagnata da un esilarante <a href="http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/5877/0/207/" target="_blank"><i>Dizionario dei luoghi comuni</i></a>, è esempio fulgido del genere).</p>
<p align="JUSTIFY">«Il genio», come lo definisce Germain, è davvero un&#8217;onnipresenza all&#8217;interno del racconto (tanto più peculiare se si rammenta che l&#8217;opera teatrale è ambientata in Spagna): gli è intitolato il liceo in cui si svolge parte della storia e sono esplicitamente citate sia <i>L&#8217;educazione sentimentale </i>(pur se Claude è decisamente più smaliziato di <strong>Frédéric Moreau</strong>), e soprattutto <i>Madame Bovary</i>, della quale Esther, la madre di Rafa (interpretata da una splendida <strong>Emmanuelle Seigner</strong>), è un&#8217;epigona del terzo millennio, col senno annebbiato dai cataloghi di arredamento per interni anziché dai feuilleton. Ciò contribuisce a rendere <em>Nella casa </em>anche un <strong>film sulla letteratura</strong>, sulla sua (in)utilità ed esizialità, e insieme a Flaubert fanno capolino <b>Balzac, Céline</b> (quando Germain viene colpito in piena fronte da<em> Viaggio al termine della notte</em>) e tanti autori, francesi ma non solo.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel professore c&#8217;è quasi un <strong>feticismo letterario </strong>che fa il paio col <strong>podofeticismo </strong>di Claude: entrambi condividono poi una <strong>tendenza al voyeurismo</strong>, ancora letterario in Germain, quasi un bisogno fisico per il ragazzino. Non sarà un caso che la struttura circolare del film si apra e si chiuda su una panchina, con una sottolineatura forte della dimensione teatralizzante da parte di Ozon. Rispetto alla pièce di Mayorga infatti il film è maggiormente &#8220;claustrofobico&#8221; (sembra la tendenza di molta della cinematografia francese più recente: vedi <em>Carnage</em>, <em>Cena tra amici</em>, ma persino <a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/11/amour-di-michael-haneke/" target="_blank"><em>Amour</em></a>). <strong>«Tutto deve succedere nella casa»</strong>, sentenzia Claude: una casa che diventa metafora ancora più esplicita della scatola televisiva, dello schermo cinematografico, del palco teatrale, in un ping-pong metanarrativo che destabilizza la coerenza dell&#8217;illusione scenica. È messo infatti in atto un gioco (dichiarato) col lettore/spettatore nel quale non è dato sapere se i fatti accadano davvero o siano solo frutto della fantasia del ragazzino. Il regista del film prende in giro noi come il regista del racconto (Claude) prende in giro i suoi lettori (Germain, ma anche la moglie Jeanne, interpretata da <strong>Kristin Scott-Thomas</strong>). <em>Nella casa</em> diventa così anche <strong>un film sul doppio: o, meglio, sulla duplicazione</strong>, palese già nell&#8217;onomastica. Due sono i Rafa (padre e figlio), ma anche il professore è uno e bino: quando Claude prende in mano il suo libro verremo a sapere che si chiama <strong>Germain Germain</strong>; per di più è un <b>manipolatore manipolato</b>, che crede di insegnare qualcosa a Claude, il quale invece chiaramente non ha alcun bisogno d&#8217;imparare; sul finale si insinua anche subdolamente che sia <strong>sessualmente confuso</strong>. Due sono le gemelle “carnefici” di Jeanne, quelle che per materialistica incompetenza la costringeranno alla chiusura della galleria d&#8217;arte per la quale lavora: lei non riesce a distinguerle, proprio come noi non riusciamo a distinguere i due piani del vero (del verosimile) e del falso (del possibile).</p>
<p align="JUSTIFY">La complessità della narrazione, che scompiglierà come in un vortice le vicende dei personaggi conducendole a finali multipli, è sostenuta da <strong>prove d&#8217;attore poderose</strong>: anzitutto quella di Luchini, naturalmente dotato di  una favolosa ironia francese che gli permette di calarsi alla perfezione nel disincantato Germain; ma ancor più sorprendente è il ventitreenne Umhauer, al primo ruolo di un certo peso, che riesce a tenergli testa per un&#8217;ora e tre quarti.</p>
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		<title>Le streghe di Salem di Rob Zombie</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 19:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Novelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Rob Zombie firma la sua opera più personale e controversa: protagonista assoluto il Demonio.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Salem, 1696</strong>: i processi per stregoneria sono all&#8217;ordine del giorno. Il reverendo della contea locale si prepara a catturare le ultime donne accusate di stregoneria. Le adepte del demonio si adoperano in sabba infernali con il fine di far venire al mondo un bambino speciale:<strong> l&#8217;Anticristo</strong>.<a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/2013-03-14-lords_salem_cross.jpg"><img class="size-medium wp-image-18197 alignright" alt="2013-03-14-lords_salem_cross" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/2013-03-14-lords_salem_cross-300x195.jpg" width="300" height="195" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ai giorni nostri<strong> Heidi</strong> (<strong>S</strong><strong>heri Moon Zombie</strong>), deejay in una radio di Salem, riceve in regalo un anonima scatola di legno contenente un vinile dei misteriosi <em>Signori di Salem</em>. L&#8217;ascolto del brano, e la sua successiva esposizione radiofonica, segnano l&#8217;inizio un percorso allucinatorio e blasfemo, incarnante forse una maledizione che ha radice nell&#8217;oscuro passato della cittadina.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>La Casa dei 1000 corpi</em> e <em>La Casa del Diavolo</em>,<strong> Rob Zombie</strong> torna alla regia con<strong><em> Le streghe di Salem</em> </strong>(<em><strong> The Lords of Salem</strong></em> in originale), segnando in qualche modo uno spartiacque produttivo virato verso una nuova scelta stilistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostenuto da un&#8217;ottima fotografia e da una regia puntuale e precisa, <em>Le streghe di Salem</em> conduce un gioco di rimandi cinematografici famosi: impossibile non cogliere le numerose citazioni a <em>Rosemary&#8217;s Baby</em>, <em>Shining</em>, <em>L&#8217;esorcista</em> e <em>Eyes Wide Shut</em>. Zombie usa i <em>tòpoi</em> del cinema horror classico con intenti più contemplativi che adrenalinici.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso eccessivo e ridondante di una precisa simbologia mira a punzecchiare il contesto etico e sociale della religione cristiana: più che spaventare il film crea un dialogo ipnotico con lo spettatore. Il ritmo è volutamente lento, la sceneggiatura non punta alle risposte o all&#8217;incastro consequenziale degli eventi: si procede &#8220;a folle&#8221; tra elementi blasfemi e satanici.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura del demonio, saccheggiata non poco nel corso degli ultimi anni, viene riportata su un livello più dignitoso e ironico. <strong>Al contorcersi di corpi e corde vocali viene sostituita una dimensione psicologica e introspettiva: la possessione non passa per bizzarre capriole, ma per un lento e doloroso processo psichico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il reparto iconografico è talmente vario e pieno di spunti che Zombie si concede di saccheggiarlo senza pietà: molte le sequenze destinate a far gridare allo scandalo o a offendere gran parte del mondo cattolico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ottimo il cast: <strong>Sheri Moon Zombie </strong>-<strong> </strong>moglie dello stesso Rob &#8211; si conferma la musa ispirata di un film che, rispetto a un vero protagonista, cerca una marionetta. Un trio di streghe delizioso quello interpretato da<strong> tre piccole icone attoriali </strong><strong>d&#8217;eccezione</strong>: <strong>Dea Wallace</strong> (mito horror per<em> Le colline hanno gli occhi </em>e indimenticabile in<em> E.T. l&#8217;extraterrestre</em>), <strong>Patricia Quinn</strong> (la famosa <strong>Magenta</strong> di <em>The Rocky Horror Picture Show</em>) e<strong> Judy Geeson</strong> (<em>The A-Team</em>). Piacevole rivedere anche<strong> Meg Foster</strong> (<em>Essi vivono</em>) nel demoniaco ruolo della strega <strong>Margaret Morgan</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Centrale e caratterizzante <strong>la co</strong><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/6-the-lords-of-salem.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18196" alt="6-the-lords-of-salem" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/6-the-lords-of-salem-300x124.png" width="300" height="124" /></a><strong>lonna sonora </strong>che accompagna il film: da<strong> Mozart</strong>, <strong>Bach</strong>,<strong> Lou Reed</strong>, <strong>Velvet Underground</strong> allo stesso Zombie si conferma come<strong> la più grande stregoneria all&#8217;interno del film</strong>. Intelligente il ruolo stesso della musica come strumento del demonio per la conquista di giovani anime innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Degno di nota il finale luminoso, e a suo modo positivo, che chiude la parabola blasfema portata avanti per tutti i novanta minuti di durata.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le streghe di Salem</em> è una pellicola che spacca in due: <strong>un film drogato pesantemente di un repertorio iconografico stranoto</strong>, rivolto più al pubblco di nicchia che a quello dei multisala. Non mancano i difetti, ma il risultato è talmente delirante, ironico e percettivo da renderlo, con il tempo, un piccolo cult.</p>
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		<title>Quali criteri per le lauree triennali?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 18:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangelo Pecoraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[Nuovi criteri per le lauree triennali: meno punti, docenti scelti dal Dipartimento, sedute senza proclamazioni. E gli studenti?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Si elaborano cambiamenti</strong> nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza. L&#8217;interesse dei docenti, appena usciti da <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/01/un-nuovo-nome-per-la-nostra-facolta/">un estenuante dibattito lungo due anni</a> in cui alle fine sono riusciti, non senza strascichi polemici, a cambiare il nome della Facoltà, si appunta ora sulla questione delle lauree triennali.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/scream-queens-janet-leigh-sized.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18191" alt="Argh!" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/scream-queens-janet-leigh-sized-300x203.jpg" width="300" height="203" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Riassumo brevemente i termini della questione </strong>(ma vedi anche <a href="http://www.letterefilosofia.it/2013/03/nuove-regole-per-le-lauree-triennali/">l&#8217;articolo di Luigi Di Iorio</a>): negli ultimi anni, a causa dei tagli economici riservati al settore dell&#8217;istruzione, il numero dei docenti nella nostra facoltà riunita <a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/10/come-cambiera-il-corpo-docente-nei-prossimi-due-anni/" target="_blank">è andato diminuendo</a>; come diretta conseguenza, è aumentato il numero di laureandi che ogni docente dovrebbe seguire. Mentre il numero delle tesi di magistrale/specialistica non arriva a numeri esorbitanti, molti docenti lamentano l&#8217;eccessivo carico di lavoro necessario per far fronte al numero sempre maggiore di laureandi triennali. A ciò si lega strettamente la questione relativa alla distribuzione ineguale dei laureandi: una minoranza di docenti viene richiesta da e, quindi, deve seguire un maggior numero di studenti, con un ulteriore aggravio del carico lavorativo (alcuni docenti seguono più di 15 laureandi, altri quasi zero). Altro punto: i dati <a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/06/dati-almalaurea-2012-lidentikit-dei-laureati-italiani/" target="_blank">Almalaurea</a> degli ultimi anni segnalano che la nostra Facoltà e, più in generale, le facoltà umanistiche sfornano un numero di laureati con 110/110 superiore, proporzionalmente, a quello di altri tipi di facoltà. <em>Dulcis in fundo</em>, le discussioni di laurea e le successive celebrazioni del parentame accorso disturbano la quiete e impedirebbero il regolare svolgimento delle lezioni e/o lo studio di studenti e docenti. Questi i termini in cui la vicenda è messa da quei docenti che vorrebbero modificare (o integrare) i regolamenti e le prassi attualmente esistenti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quali sono, al momento, regolamenti e prassi?</strong> La regola è che il docente relatore per la tesi triennale possa essere scelto dallo studente (a patto che abbia dato, con lui, almeno un certo numero di Cfu e, in alcuni Dipartimenti, in caso venga scelto un relatore &#8220;esterno&#8221;, viene richiesta  di prassi la presenza di un co-relatore del Dipartimento o del Corso di Laurea); la prassi è che i punti assegnati per la discussione della tesi varino fino a un massimo di cinque (si parla di punti, attenzione, non di Cfu; quindi del punteggio finale con cui ci si laurea e che parte in base alla propria media-voti) e che le tesi siano discusse e celebrate gli stessi giorni, in tre sessioni nel corso di ogni anno accademico (più una speciale per dottorandi).</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quali sono le modifiche proposte dai docenti e che potrebbero essere adottate dai vari Dipartimenti?</strong> Molto dipende dall&#8217;orientamento dei singoli Dipartimenti (a seconda delle opinioni che la maggior parte dei docenti di un Dipartimento ha riguardo alle tesi triennali), ma a quanto pare modifiche molto probabili potrebbero essere la diminuzione dei punti massimi assegnati alle tesi, fino a un massimo di 3 punti,  l&#8217;assegnazione di un relatore decisa &#8220;d&#8217;ufficio&#8221; (bisognerà poi vedere come, di preciso) dal Dipartimento e la creazione di un periodo unico di discussione tesi senza assegnazione delle lauree seguito da un periodo (breve) di sola consegna delle lauree (separare discussione e proclamazione, all&#8217;americana).</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Vanno fatte alcune specificazioni, in questo marasma.</strong> La situazione di partenza non è omogenea: nel Dipartimento di Filosofia il punteggio massimo assegnato alla tesi triennale è già di tre punti; molti docenti di vari Dipartimenti, già da tempo, hanno &#8220;svalutato&#8221; la tesi triennale consigliando/intimando ai laureandi lavori &#8220;compilativi&#8221; e dal numero molto limitato di pagine (a volte raccomandando un massimo di trenta pagine o poco più);  non tutti i Dipartimenti si accingono a cambiare la situazione attuale: il Dipartimento di Storia, Culture e Religioni ha già fatto sapere che non intende introdurre cambiamenti, a meno che la Giunta e l&#8217;Assemblea di Facoltà non si esprimano chiaramente al riguardo (cosa che potrebbe verificarsi), e al momento la proposta dell&#8217;assegnazione d&#8217;ufficio del relatore è portata avanti nel solo Dipartimento di Studi Greco-Latini, Italiani e Scenico-Musicali.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Hanno ragione i docenti che vogliono i cambiamenti? </strong>A prima vista sembrerebbe che di motivi per auspicare questi cambiamenti ce ne siano a bizzeffe. Eppure ci sono alcuni dati che, almeno per il momento, non sembrano entrati nel dibattito. Provo a elencarne alcuni:</p>
<p style="text-align: justify">- <strong>Sulla questione del punteggio di laurea</strong>, il problema principale pare l&#8217;eccesso di voti altissimi con cui gli studenti si laureano. Ma nel dibattito non sono entrati due dati che mi paiono significativi. Il primo: vero che la prassi, in quasi tutti i Dipartimenti, era quella di assegnare un massimo di 5 punti; vero anche, però, che non sempre ci si è attenuti a tale prassi. Spesso sono stati assegnati più punti, nell&#8217;indifferenza delle Commissioni di Laurea. Si dirà: proprio per questo regolamentiamo l&#8217;assegnazione! Giusto. Ma perché diminuire il numero massimo di punti? Nelle statistiche sui dati degli anni precedenti non trova spazio l&#8217;incidenza delle &#8220;eccezioni&#8221; rispetto alla prassi; dunque, si potrebbe provare un periodo di regolamentazione scritta. Verifichiamola, questa incidenza sulle statistiche dei laureati, prima di apportare modifiche che danneggeranno un ampio numero di studenti! Il secondo punto: perché non esercitare, invece, un maggior controllo sulle votazioni? I momenti, oltretutto, sarebbero due anziché uno solo, cioè gli esami e la discussione di laurea. La discussione potrebbe esserci anche tra i docenti, oltre che tra studente e docente come avviene di solito. O forse i docenti preferiscono scaricare il peso delle statistiche su tutti gli studenti in modo orizzontale, anziché lavorare sulla complessità del reale e sforzarsi un po&#8217; di più nell&#8217;adempimento dei propri compiti?</p>
<p style="text-align: justify">- <strong>Sulla questione dell&#8217;alto numero dei laureati</strong>, mi basta ricordare un dato: l&#8217;Italia è, al momento, <a href="http://www.orizzontescuola.it/news/italia-ultima-europa-numero-laureati">l&#8217;ultimo paese in Europa per numero di laureati</a>. Fine della discussione. Ma di che parliamo? Anziché prendersela con gli studenti o cercare <em>escamotage</em> per rendere più semplice la laurea e &#8220;dopare&#8221; le statistiche, i docenti pensino al modo di chiedere fondi al nuovo Governo con maggiore energia!</p>
<p style="text-align: justify">-<strong> Sulla questione del relatore</strong> la posizione di chi vorrebbe inserire come regola l&#8217;assegnazione di ufficio mi sembra francamente assurda. La libertà di scelta, oltre che essere sancita dall&#8217;Art. 18 della <a href="http://www.uniroma1.it/didattica/regolamenti/diritti-degli-studenti">Carta dei diritti degli studenti</a>, valida in tutto l&#8217;Ateneo, e dal Manifesto degli studi, mi pare sia alla base dello sviluppo scientifico di ogni studente: scegliere un docente ha rappresentato e continua a rappresentare, per ogni studente, la possibilità di agire sul proprio presente e futuro accademico, orientando metodo e passioni e sostenendo quella &#8220;comunità di sentire&#8221; che, con una modifica del genere, verrebbe pesantemente ingrigita e modificata in senso grettamente burocratico. Ci sono troppi studenti per qualche docente e pochi per altri? Anche in questo caso un dato non è stato tenuto in considerazione nel dibattito, forse perché scomodo da affrontare: <strong>ci sono docenti che non accettano laureandi di triennale</strong>. Ci sono, ci sono. Contro ogni regolamento. E questo influisce pesantemente sulla distribuzione interna di studenti. Si vuole risolvere il problema rimuovendolo e scaricandolo, per l&#8217;ennesima volta, sugli studenti? Sarebbe il caso, piuttosto, di aprire un serio dibattito sulla questione (i regolamenti parlano chiaro: un docente non può rifiutare un laureando che abbia conseguito con lui almeno un certo numero di Cfu). Al massimo, si potrebbe introdurre una norma che dia un limite massimo al numero di laureandi che ogni docente può seguire, sui criteri poi potremmo aprire una bella discussione tutti insieme, per una volta, studenti e docenti.</p>
<p style="text-align: justify">- <strong>Se i cambiamenti fossero messi in atto in questo momento</strong>, si creerebbe una situazione paradossale per cui studenti immatricolati nello stesso anno discuterebbero la tesi triennale con criteri differenti a seconda della sessione di laurea. Aggiungiamo il problema della retroattività, per cui studenti che si sono iscritti con un certo Manifesto degli studi e con una certa prassi nell&#8217;assegnazione del punteggio di laurea (per cui, magari, hanno accettato voti che non avrebbero accettato in presenza di criteri differenti) vedrebbero di punto in bianco cambiate le carte in tavola, e giungeremo alla conclusione che un cambiamento così radicale in un arco di tempo così breve è, almeno per la categoria degli studenti, assolutamente inaccettabile.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/mal-di-testa.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18192" alt="Ahi la testa..." src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/mal-di-testa-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ma a che serve la laurea triennale?</strong> Chiedono molti docenti, sottolineando il fatto che, specialmente a Lettere e Filosofia, è quasi certa la prosecuzione degli studi con la magistrale/specialistica e quindi lo studente dovrà affrontare, due anni dopo, un lavoro dello stesso tipo. A questa domanda si potrebbe rispondere in vari modi: io ho discusso una tesi triennale di ricerca (non &#8221;compilativa&#8221;) che mi ha dato molta soddisfazione, pur non avendo scelto l&#8217;argomento in modo assolutamente autonomo (come spesso capita, sono giunto a patti con il mio relatore), e in seguito ho scritto e pubblicato un articolo sullo stesso argomento. Come me, molti altri colleghi hanno trovato già nella tesi triennale un momento di gustosa verifica delle conoscenze accumulate nel primo triennio di studi. Ma, a parte il personale gradimento, ritengo che una facoltà che ha ri-assunto da poco le &#8220;Lettere&#8221; nel proprio nome debba preoccuparsi della capacità elaborativa scritta dei propri studenti. Visto che la maggior parte degli esami, a Lettere, vengono svolti per via orale, un momento importante di verifica delle competenze scritte dovrebbe essere mantenuto e, anzi, se possibile valorizzato ulteriormente.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Gli studenti non hanno preso bene i cambiamenti.</strong> O almeno non lo hanno fatto quelli informati sulla questione, perché il tutto, come spesso accade nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, procede senza che agli studenti venga comunicato alcunché. Sicuramente questa situazione è dovuta ai vuoti di rappresentanza <a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/01/il-breve-idillio/">che il nostro giornale ha più volte denunciato</a>, ma sono assai pochi i docenti che capiscono l&#8217;importanza di un colloquio costante con la controparte discente, non limitandosi a trattare i ragazzi come clienti o, peggio, come un fastidio necessario. La mobilitazione è cominciata in sordina, ma negli ultimi giorni un bel gruppo si è composto (<a href="https://www.facebook.com/groups/155219877986419/">qui la pagina facebook</a>) e ha cominciato <a href="http://www.petizioni24.com/no_alla_modifica_delle_regole_per_le_lauree_triennali#form">una raccolta firme</a> e un tentativo di informazione capillare. Spero che questo articolo possa servire a diffondere una maggiore consapevolezza sulla complessità del problema (sia tra studenti che tra docenti) e mi scuso per il senso di disordine che non sono riuscito a cancellare: l&#8217;articolo è un marasma, un po&#8217; come la situazione della Facoltà, forse proprio per questo. Se siete riusciti a terminare la lettura di questo brano e ora sentite un po&#8217; di nausea e mal di testa, non addossate la colpa solo a me: a ficcare il naso nelle beghe di Facoltà <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/11/breve-storia-non-scritta-delle-facolta-umanistiche-alla-sapienza-12/">può succedere molto di peggio</a>.</p>
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		<title>Piuttosto che: le cose da non dire, gli errori da non fare</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 11:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Micheli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ultimo lavoro della Prof.ssa Valeria Della Valle e del Prof. Giuseppe Patota.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli errori grammaticali più detestati in questo periodo un posto d&#8217;onore va sicuramente al <em>piuttosto che</em> usato in <strong>funzione disgiuntiva</strong>, come sinonimo di <em>o</em>: una moda linguistica proveniente dal Nord, intercettata e prontamente diffusa da giornalisti e conduttori televisivi già a partire dagli anni Novanta. È evidente che l&#8217;uso disgiuntivo del sintagma incriminato rappresenta un <strong>errore grammaticale che può creare fraintendimenti </strong>nella comunicazione, dal momento che siamo ancora in molti ad utilizzarlo, giustamente, solo con il significato di <em>invece di</em>, <em>anziché</em>.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/piuttosto-che-libro-62816.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18171" alt="piuttosto-che-libro-62816" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/piuttosto-che-libro-62816.jpg" width="172" height="251" /></a>Di errori come questi ne circolano parecchi nei media: questo il dato da cui sono partiti i linguisti <strong>Valeria Della Valle</strong> e <strong>Giuseppe Patota</strong> nel realizzare il loro ultimo lavoro, <em>Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare</em>. Giornali, blog, interviste televisive e radiofoniche hanno così offerto ben <strong>300 errori</strong>, raccolti e disposti in ordine alfabetico per essere rapidamente rintracciati dai lettori. Ad ogni errore segue la forma corretta, il &#8220;come si dovrebbe dire&#8221; e in alcuni casi un &#8220;<strong>esempio d&#8217;autore</strong>&#8220;: frasi scritte o pronunciate da personaggi noti, colti nelle loro <em>défaillance</em> linguistiche, un po&#8217; per ridere, un po&#8217; anche per riflettere sulla <strong>correttezza</strong> dell&#8217;italiano che ascoltiamo in televisione o leggiamo sui giornali. È chiaro, infatti, che il bersaglio dei due autori non sono gli italiani che a casa o in ufficio usano l&#8217;indicativo al posto del congiuntivo o si lasciano sfuggire un <em>qual&#8217;è </em>con l&#8217;apostrofo, ma <strong>chi con la lingua ci lavora</strong> e nonostante questo, spesso e volentieri, <strong>non cura la</strong> <strong>forma</strong> del proprio italiano: giornalisti, politici, conduttori televisivi.</p>
<p>Eppure non bisogna dimenticare come, nei suoi primi anni di vita, proprio la televisione &#8211; nella fattispecie, la <strong>Rai</strong> &#8211; si impegnò a diffondere un <strong>modello estremamente corretto di lingua</strong> attraverso i suoi presentatori. Già nel 1939, ancor prima dell&#8217;avvento della televisione, la Rai pubblicò il <i>Prontuario di pronunzia e di ortografia </i>per gli speaker radiofonici, a cui seguì il <i>DOP. Dizionario d&#8217;ortografia e di pronunzia, </i>curato da linguisti del calibro di <strong>Bruno Migliorini</strong>, <strong>Carlo Tagliavini</strong> e <strong>Piero Fiorelli</strong>. È forse superfluo ricordare quanto la televisione, a partire dagli anni Sessanta, abbia contribuito a diffondere l&#8217;italiano anche tra coloro che non erano andati a scuola e utilizzavano quotidianamente <strong>solo il dialetto</strong>. Attraverso programmi quali <em>Non è mai troppo tardi</em> o <em>Parola mia</em> la tivvù di Stato si è fatta promotrice di un modello linguistico risultato poi quello vincente.</p>
<div id="attachment_18172" class="wp-caption alignright" style="width: 253px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/2609_55904803550_2061741_a.jpg"><img class=" wp-image-18172" alt="2609_55904803550_2061741_a" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/2609_55904803550_2061741_a.jpg" width="243" height="154" /></a><p class="wp-caption-text">L&#8217;illustre sconosciuto.</p></div>
<p>Anche ora che l&#8217;italiano è <strong>parlato quotidianamente</strong> da gran parte della popolazione e che quindi lingua scritta e lingua parlata si sono notevolmente avvicinate, permane l&#8217;esigenza di ribadire  la norma e <strong>mantener netti i confini tra giusto e sbagliato</strong> grammaticalmente parlando, nello scritto come nel parlato. A tale scopo il lavoro di Della Valle e Patota è estremamente <strong>funzionale</strong>: il libro è strutturato in modo da permettere al lettore che ha un dubbio grammaticale di trovare velocemente, grazie alla disposizione in ordine alfabetico, la forma corretta, spiegata in modo <strong>semplice e comprensibile</strong> anche per chi non ha particolari basi di linguistica.</p>
<p>Gli errori selezionati sono nella maggioranza dei casi espressioni o forme scorrette che a scuola il professore segnerebbe con la matita rossa (e a volte anche blu!): dal <em>pò</em> con l&#8217;accento ormai imperante sui social network  - tanto da giustificare la simpatica pagina <a href="http://www.facebook.com/pages/Valutare-progetti-di-vita-con-le-persone-che-scrivono-PO-con-apostrofo/132957343419708?fref=ts" target="_blank"><strong><em>Valutare progetti di vita con persone che scrivono po&#8217; con l&#8217;apostrofo</em></strong></a> &#8211; alla latitanza del congiuntivo nelle subordinate - ormai luogo comune, anche la &#8220;morte&#8221; del congiuntivo ha ispirato moltissime pagine su Facebook, tra le quali è degna di nota <a href="http://www.facebook.com/pages/Il-congiuntivo-non-%C3%A8-una-malattia-degli-occhi/104014509638685?fref=ts" target="_blank"><em>Il congiuntivo non è una malattia degli occhi</em></a>. Il maggior pregio del libro è quindi quello di <strong>rispondere in modo semplice e veloce</strong> ai più comuni dubbi linguistici, contribuendo così a <strong>correggere usi grammaticali erronei</strong> che si stanno diffondendo soprattutto in rete. Un breviario molto utile a chi è intimorito dal linguaggio delle grammatiche e dei manuali di linguistica, ma che ci tiene comunque a scrivere e parlare correttamente.</p>
<p>È forse interessante notare come, soprattutto negli ultimi tempi, gli italiani abbiano accolto positivamente libri che, come quello di Patota e Della Valle, <strong>aiutano a chiarire il &#8220;si dice e non si dice&#8221;</strong>, codificano<strong> l&#8217;italiano normativo</strong>, per distinguerlo da quello che è invece l&#8217;<strong>italiano dell&#8217;uso quotidiano</strong>, in cui spesso gli errori e le infrazioni vengono tollerati. Se da una parte, infatti, ci si <a href="http://www.letterefilosofia.it/2012/11/e-morta-la-cultura-umanistica-e-non-ce-ne-siamo-accorti/" target="_blank">lamenta</a> spesso per un imbarbarimento dell&#8217;italiano usato dagli studenti o dai media, dall&#8217;altra occorre ammettere che ci sono ancora molti italiani interessati a conoscere le regole grammaticali. A emergere è quindi un dato positivo: l&#8217;italiano è ancora <strong>una lingua che riflette su sé stessa</strong>, che stimola l&#8217;interesse dei propri parlanti e <strong>cambia continuamente in modo impredicibile</strong>. Chissà, infatti, quanti e quali degli errori  segnalati da Della Valle e Patota non saranno più riconosciuti come tali ed entreranno nella norma e quali invece ne verranno scartati.</p>
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		<title>Qualcuno da amare &#8211; Like Someone In Love di Abbas Kiarostami</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 18:09:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Angeloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Abbas Kiarostami]]></category>
		<category><![CDATA[Bring Crosby]]></category>
		<category><![CDATA[Elle Fitzgerlad]]></category>
		<category><![CDATA[Katsumi Yagijima]]></category>
		<category><![CDATA[Like someone in love]]></category>
		<category><![CDATA[Qualcuno da amare]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione dell'ultimo film di Abbas Kiarostami <em>Qualcuno da amare</em>.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/like_someone_in_love__span.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18153" alt="like_someone_in_love__span" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2013/05/like_someone_in_love__span-300x201.jpg" width="300" height="201" /></a>Akiko (<strong>Rin Takanashi</strong>) offre il suo corpo di ragazza per sbarcare il lunario e mantenersi agli studi. Takashi (<strong>Tadashi Okuno</strong>) è un vecchio professore vedovo troppo umano per rimanere da solo. I due si incontrano. La vicenda si snoda tra i gesti e le casualità delle loro fragili esistenze.</p>
<p><strong>Abbas Kiarostami</strong> porta la cinepresa nel Paese del Sol Levante per dare vita al suo nuovo <em>Like Someone In Love </em>(<em>Qualcuno da amare)</em>, un’opera che, tra bozze preparatorie e provini, ha impiegato ben dieci anni per essere completata.</p>
<p>Un film riflettuto in cui nulla viene lasciato al caso, pur mettendo in scena l’instabilità della vita.</p>
<p>Quel <em>Qualcuno da amare</em> è chi si cerca a <strong>Tokyo</strong>: <em>la piovra dagli elastici tentacoli</em> che non risparmia gli indifesi, che non ha pietà per chi non corre come lei. La città della frenesia, la città in cui l’amore è mercenario e si pagano gli abbracci. Kiarostami sovverte la smania della città per far prendere ai personaggi il loro tempo, mette in sordina il caos della metropoli per rispettare l’<strong>intimità</strong> delle sue creature. I <strong>piani sequenza</strong> non sono numerosi, la telecamera non stacca quasi mai lo sguardo: spia, come se fosse un passante seduto lì a poca distanza da Akiko, tralasciando l&#8217;impudenza a favore di una gentilezza silenziosa.</p>
<p>C’è chi come l’anziano professore cerca di prevedere tutto, e chi, come la studentessa, non riesce a prevedere nemmeno se stessa. I cellulari squillano respinti da una sostanziale impossibilità di fondo nel comunicare, nell’ascoltarsi e nel guardarsi. Il direttore della fotografia (<strong>Katsumi Yanagijima</strong>) ha reso efficacemente, attraverso i continui riflessi in cui si specchiano i personaggi, la problematica del vedersi davvero. Le immagini nitide, plastiche e a tratti <em>fluo</em>, sono geometricamente organizzate in modo da ricordare la scena disadorna e lineare del teatro<em> Nō</em>.</p>
<p>Nella <strong>sceneggiatura</strong> firmata dallo stesso regista, la cui precisa scrittura non c’è mai stata, dominano i dialoghi. Kiarostami sembra insistere di più sulla modulazione e il gesto che accompagnano la parola, sull’indugiare di ogni personaggio nel far uscire la propria verità.</p>
<p>Su <em>Like Someone in Love</em> è poggiato un velo di stanchezza, gli uomini e le donne vivono immersi in una sorta di solitario <em>mal de vivre</em> dal quale cercano faticosamente di emergere. Mentre Akiko ha difficoltà persino a rimanere in piedi, <strong>Ella Fitzgerald</strong> intona <em>I seem to walk as though I have wing</em>, verso del brano (che dà il nome al film) composto da<strong> Bring Crosby.</strong></p>
<p><em>Qualcuno da amare</em>, che ha partecipato al sessantacinquesimo <strong>Festival di Cannes</strong> lo scorso anno, è uno di quei film che tiene sul filo per <strong>109 minuti</strong>, rendendo partecipe lo spettatore di un indugiare senza sosta: il colpo di scena è sapientemente costruito e altrettanto magistralmente fatto fallire, spogliato del suo momento di tensione. Solo nel finale, in cui accade l’ultimo atto, l’estremo fragore colpisce l’intorpidimento della coscienza.<br />
Dal piglio un po&#8217; manierista, a volte il film rischia di scivolare nell’artificioso. Eppure «<em>Lately, I find myself gazing at stars, hearing guitar</em>es like someone in love» sono parole che sembrano perfettamente sposare il malinconico e tenero incontrarsi di due individualità affamate d’amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La festa del cinema</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 10:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Cerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[Baz Luhrmann]]></category>
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		<category><![CDATA[steven sodembergh]]></category>

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		<description><![CDATA[Prezzi ridotti nei cinema di tutta Italia dal 9 al 16 maggio, grazie alla <em>Festa del cinema</em>.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente la notizia che molti amanti del cinema, in un periodo di crisi come questo, aspettavano:<strong> dal 9 al 16 maggio nelle sale di tutta Italia si entrerà a prezzo ridotto: 3 euro per i film in 2D, 5 per quelli in 3D</strong>. L’iniziativa, che ha come ambasciatori<strong> Michele Placido</strong>, <strong>Cristiana Capotondi</strong> e <strong>Vinicio Marchioni</strong>, è sostenuta dall’<strong>Anica</strong> e dalle associazioni <strong>Anem</strong>, <strong>Anec</strong>, <strong>Acec</strong> e <strong>Fice</strong>.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 219px"><img alt="" src="http://www.filmforlife.org/thumb_notizie.php?w=400&amp;src=201304181113383bonk.jpg&amp;a=&amp;h=300" width="209" height="300" /><p class="wp-caption-text">Il manifesto dell&#8217;iniziativa</p></div>
<p>Tra i film in programma, oltre a quelli già presenti nelle sale, ci saranno <em>Mi rifaccio vivo</em>, commedia di <strong>Sergio Rubini</strong> con <strong>Emilio Solfrizzi</strong> e <strong>Neri Marcorè</strong>, <em>Io sono tu</em> di <strong>Seth Gordon</strong>, <em>Stoker</em> con <strong>Nicole Kidman</strong> e diretto dal regista di <em>Old Boy</em>, <strong>Park Chan-wook</strong>, <em>La casa</em>, remake dell’omonimo horror di <strong>Sam Raimi</strong>, diretto da <strong>Fede Alvarez</strong>,<em> Effetti collaterali</em> di <strong>Steven Soderbergh</strong>, <em>Fire with fire</em> di <strong>David Barrett</strong>, il francese <em>20 anni di meno</em> di <strong>David Moreau</strong> e il giapponese <em>Confessions</em> di <strong>Nakashima Tetsuya</strong>.</p>
<p>Durante la giornata di chiusura, inoltre, sarà presentato l’ultimo grande riadattamento del romanzo <em>Il grande Gatsby</em> di <strong>Francis Scott Fitzgerald</strong>, diretto dal regista di<em> Moulin Rouge</em> <strong>Baz Luhrmann</strong> e interpretato da attori del calibro di <strong>Leonardo di Caprio</strong> e<strong> Tobey Maguire</strong>.</p>
<p>Durante l’iniziativa, inoltre, verranno messi in palio alcuni premi come la coppia di guanti utilizzata da <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/05/il-discorso-del-re/"><strong>Jeoffrey Rush</strong></a> sul set di <em>La migliore offerta</em> o le sceneggiature autografate de <em>La</em><em> Banda dei Babbi Natale</em> di <strong>Aldo</strong>,<strong> Giovanni e Giacomo</strong> e de <em>Il</em> <em>Divo</em> di <strong>Paolo Sorrentino</strong>.</p>
<p>Per maggiori informazioni visitare il sito <a href="http://www.festadelcinema.it/">http://www.festadelcinema.it/</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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